di Massimo Lensi*
Corriere Fiorentino, 25 marzo 2026
581 persone detenute a fronte di 366 posti disponibili: il tasso di affollamento dell’istituto fiorentino di Sollicciano supera così il 160 per cento. I numeri che accompagnano questo dato non sono meno eloquenti: centinaia di episodi di autolesionismo, decine di tentativi di suicidio, aggressioni, tre vite perdute. Non è soltanto una sequenza statistica: è la rappresentazione concreta di una tensione strutturale. Quando il comandante della polizia penitenziaria definisce il carcere come “il reparto oncologico del diritto” (Il Tirreno, 23 marzo), non ricorre a un’immagine retorica: segnala il punto in cui la malattia dell’intero sistema giuridico diventa visibile e difficilmente eludibile.
Il quadro nazionale conferma questa impressione. Il sovraffollamento non è dunque un’eccezione, bensì una regola: riguarda la quasi totalità degli istituti e segue un andamento crescente. La media, già di per sé elevata, nasconde situazioni limite, dove la popolazione detenuta arriva a essere più del doppio della capienza effettiva. Un elemento spesso trascurato è proprio quello dei posti non disponibili, che riducono la capienza reale e alterano profondamente la misura del fenomeno. Anche variazioni percentuali apparentemente minime corrispondono, in realtà, a migliaia di persone in più stipate negli istituti nel giro di pochi mesi.
Le cause sono note, anche se non per questo affrontate con coerenza. Da un lato, l’espansione dell’area del penalmente rilevante e l’inasprimento delle pene producono un flusso in ingresso che il sistema non è in grado di assorbire. Dall’altro, il ricorso ancora limitato alle misure alternative e una debole politica di reinserimento mantengono alta la pressione interna. Ne deriva una contraddizione evidente: il diritto penale continua a crescere in estensione e intensità, mentre il diritto penitenziario fatica a garantire condizioni minime di legalità.
È qui che la questione torna a essere propriamente giuridica. Il carcere non è un luogo “altro” rispetto al diritto: è, al contrario, il banco di prova della sua effettività. Un ordinamento che tollera le condizioni sistematicamente eccedenti la capienza, che fatica a prevenire il disagio psichico e che espone tanto i detenuti quanto gli operatori a situazioni di rischio finisce per compromettere i propri principi fondamentali. Non si tratta solo di umanità della pena, ma di legalità della sua esecuzione. In questo senso, il sovraffollamento non è un effetto collaterale: è una forma di illegalità diffusa e strutturale.
A ciò si aggiunge un ulteriore profilo critico: la conoscibilità dei dati. La frammentazione delle informazioni e l’assenza di una rappresentazione unitaria rendono più difficile una consapevolezza pubblica piena e, quindi, una risposta politica adeguata. Anche le discontinuità negli aggiornamenti segnalano una fragilità amministrativa che incide sulla trasparenza del sistema.
Eppure, il carcere non è separato dalla città. Ne è una parte, spesso rimossa e comunque decisiva. Le dinamiche che conducono alla detenzione - marginalità, fragilità sociale, assenza di percorsi di inclusione - sono le stesse che attraversano lo spazio urbano. Allo stesso modo, le possibilità di ridurre la pressione penitenziaria passano anche da politiche territoriali: servizi, accoglienza, lavoro, formazione.
In questa prospettiva, una politica dei piccoli passi appare non solo realistica: appare necessaria. Significa costruire connessioni tra istituzioni, aprire il carcere alla città e la città al carcere, favorire pratiche di conoscenza diretta. Ci si può chiedere, con rispetto e senza spirito polemico, quale ruolo stia assumendo l’amministrazione comunale in questo processo e quali iniziative intenda promuovere. Perché, in definitiva, il diritto non si misura nelle dichiarazioni di principio, ma nei luoghi in cui è più difficile applicarlo. E il carcere, oggi, resta il più esigente di questi luoghi.
*Associazione Progetto Firenze









