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di Andrea Guida

firenzetoday.it, 1 novembre 2026

La vecchia ala lavaggio del carcere è stata trasformata in un laboratorio di panificazione. Il progetto, realizzato grazie ai fondi ministeriali e alla collaborazione con Pizzaman, punta a offrire nuove opportunità di formazione e reinserimento lavorativo. Una vecchia ala lavaggio inutilizzata, trasformata in un laboratorio di panificazione dove imparare un mestiere e gettare le basi per una nuova vita una volta tornati in libertà. È il progetto che ha preso forma all’interno del carcere Gozzini di Firenze, dove dodici detenuti prossimi al fine pena stanno partecipando a un percorso formativo dedicato alla lavorazione degli impasti e alla preparazione di pane e pizza. Un’iniziativa resa possibile grazie ai fondi del Ministero della Giustizia e alla collaborazione con Pizzaman, attività guidata dal fiorentino Pierluigi Madeo, responsabile del progetto.

L’idea nasce dalla volontà di recuperare alcuni spazi dell’istituto penitenziario e destinarli ad attività capaci di offrire ai detenuti competenze concretamente spendibili nel mondo del lavoro. Come spiegano dalla direzione del Gozzini, il primo passo è stato il recupero di un forno esterno, rimasto inutilizzato per anni. Da qui la decisione di compiere un ulteriore investimento, riqualificando la vecchia ala lavaggio per realizzare un ambiente coperto e utilizzabile durante tutto l’anno.

I lavori di adeguamento sono stati effettuati in parte coinvolgendo gli stessi detenuti, mentre per gli interventi più specialistici è stato necessario ricorrere a ditte esterne. Un contributo è arrivato anche da Pizzaman, che ha messo a disposizione attrezzature e competenze professionali per rendere operativo il nuovo laboratorio. Il progetto coinvolge dodici detenuti, suddivisi in due gruppi da sei partecipanti ciascuno. La selezione, spiegano dalla direzione dell’istituto, ha tenuto conto della condotta, della motivazione personale e della volontà di apprendere un mestiere, senza richiedere necessariamente precedenti esperienze nel settore. Tra i corsisti ci sono persone di diverse nazionalità e con percorsi professionali differenti, accomunate dalla prospettiva di un prossimo ritorno in libertà.

Il programma iniziale prevedeva 48 ore di formazione, successivamente suddivise in due corsi da 24 ore ciascuno, per rispondere al numero elevato di richieste di partecipazione. Le lezioni alternano una parte teorica, dedicata alle conoscenze di base, e una componente prevalentemente pratica, durante la quale i detenuti imparano a lavorare gli impasti e a realizzare prodotti da forno.

“C’è tanta soddisfazione, soprattutto perché questo percorso rappresenta la prosecuzione di un’esperienza iniziata due anni fa - racconta Pierluigi Madeo, titolare di Pizzaman e responsabile del progetto -. All’epoca era nata una collaborazione con l’Università di Firenze, la Città Metropolitana e la direzione del carcere, che aveva permesso di organizzare un primo corso. Pensavo che l’esperienza si sarebbe conclusa lì, invece la sinergia con la direzione e gli educatori è stata così positiva da spingerci a investire ulteriormente nella formazione”.

Una collaborazione che ha portato alla realizzazione di uno spazio permanente, destinato non soltanto alle attività attuali ma, nelle intenzioni della direzione, anche a nuovi percorsi formativi nei prossimi anni.

La scoperta di una passione tra farina e impasti - Al di là delle competenze professionali, il laboratorio rappresenta anche un’occasione di confronto e condivisione. Un aspetto che Madeo ha potuto osservare direttamente durante le lezioni, lavorando fianco a fianco con persone che, in molti casi, non avevano mai avuto esperienze in cucina. “La cosa che mi ha colpito di più è che tanti, all’inizio, mi dicevano di non aver mai cucinato o di non aver mai messo mano a un impasto - racconta. Poi, dopo qualche giorno, iniziavano a dirmi che gli piaceva, che cucinare li rilassava. Ci sono persone che prima facevano gli idraulici, i muratori o i giardinieri e che attraverso questa esperienza hanno scoperto qualcosa di completamente nuovo”.

Il laboratorio si trova vicino alla cucina dell’istituto, favorendo anche lo scambio di conoscenze con i detenuti impegnati nella preparazione dei pasti. Un confronto che, secondo Madeo, contribuisce a creare momenti di collaborazione e a stimolare la curiosità dei partecipanti. Tra le attività avviate c’è anche la preparazione della pizza per gli altri detenuti, con l’obiettivo di rendere l’appuntamento del sabato un’occasione ricorrente. La vera sfida, tuttavia, inizierà quando i partecipanti avranno terminato di scontare la pena. Il corso prevede il rilascio di un attestato che documenterà il percorso formativo svolto e le competenze acquisite, offrendo ai detenuti uno strumento in più da presentare nella ricerca di un’occupazione.

“Stiamo lavorando affinché il percorso non finisca con la conclusione del corso - spiega Madeo. Ci stiamo confrontando con realtà che già collaborano con il Gozzini e, da parte mia, anche con Apab, una scuola di formazione. L’obiettivo che ci siamo dati per il prossimo anno è proprio quello di riuscire a dare un seguito a questa esperienza anche quando i partecipanti avranno terminato la pena”. Un traguardo ancora da costruire, ma che rappresenta la prospettiva più importante dell’intero progetto: trasformare le competenze apprese durante la reclusione in concrete possibilità di inserimento lavorativo.

Dalla direzione del Gozzini sottolineano come la formazione e il lavoro costituiscano due pilastri dell’attività fondamentali dell’istituto. Accanto al laboratorio di panificazione sono presenti altre attività formative e lavorative, mentre una parte dei detenuti può svolgere esperienze all’esterno attraverso gli strumenti previsti dall’ordinamento penitenziario. Un modello che punta a dare attuazione alla funzione rieducativa della pena, preparando gradualmente le persone al ritorno nella società.

A fine novembre è prevista la conclusione del percorso, con un momento dedicato alla presentazione del lavoro svolto dai partecipanti. Per i dodici corsisti sarà l’occasione di mostrare quanto appreso in queste settimane. Ma la speranza è soprattutto che, una volta usciti dal Gozzini, quelle mani che oggi imparano a impastare possano trovare un posto anche in un vero forno, trasformando un’esperienza nata in carcere in un’opportunità di ripartenza.