di Eleonora Signorini
vdnews.it, 12 agosto 2026
Sette sezioni sequestrate, 191 posti non disponibili e persone trasferite in istituti già sovraffollati. Ma muffa, infiltrazioni, cure fragili e lavori rinviati erano noti da anni. Il caso del carcere fiorentino mostra cosa accade quando la sanità dipende dalla Regione, mentre spazi, accessi e trasferimenti restano nelle mani dell’amministrazione penitenziaria. Sono nata a Scandicci, abbastanza vicina a Sollicciano da imparare presto che il carcere è una geografia prima ancora che un’istituzione. Lo si vede dalla strada, una massa di cemento ai margini della città, presente e insieme separata da tutto ciò che la circonda.
Per anni l’ho guardato senza sapere davvero che cosa accadesse dentro. Oggi sappiamo che il degrado di quelle mura non riguarda soltanto la manutenzione di un edificio. Interferisce con il sonno, con la salute mentale, con le terapie e con la possibilità stessa di essere curati. E mostra un cortocircuito istituzionale: la sanità dipende dalla Regione, mentre gli spazi, gli accessi e i trasferimenti restano sotto il controllo dell’amministrazione penitenziaria.
Il 2 luglio, poco più di due settimane dopo il sequestro di sette sezioni, l’assessora toscana alla sanità e alle politiche sociali Monia Monni entra a Sollicciano insieme al direttore generale dell’Asl Toscana Centro, Valerio Mari. La visita serve a verificare le condizioni sanitarie dopo i trasferimenti e la riorganizzazione interna imposta dal provvedimento giudiziario. Al termine del sopralluogo, però, Monni denuncia di non aver potuto accedere ai locali nei quali è stata trasferita l’Articolazione per la tutela della salute mentale, l’area dedicata alla cura delle persone detenute con maggiore fragilità psichica. Potrebbe sembrare una frizione istituzionale, uno dei tanti conflitti di competenze che accompagnano la gestione delle carceri. In realtà l’episodio contiene la contraddizione centrale di Sollicciano.
Dal 2008 la sanità penitenziaria fa parte del Servizio sanitario nazionale. Le aziende sanitarie devono garantire assistenza, prevenzione, cure e salute mentale anche dentro gli istituti di pena. L’amministrazione penitenziaria, però, continua a controllare gli edifici, gli accessi, l’organizzazione quotidiana e i trasferimenti. Chi deve curare non decide quindi sempre dove le persone saranno ospitate, quando verranno spostate e quali spazi potrà utilizzare. A Sollicciano questo confine amministrativo è diventato una porta chiusa.
Proprio mentre la Regione cercava di verificare le condizioni delle persone più vulnerabili, non ha potuto vedere i locali in cui erano state sistemate. Il degrado edilizio si è trasformato così in un problema di governo della salute. Il degrado era già scritto Il mancato accesso del 2 luglio è soltanto l’ultimo episodio di una crisi documentata da anni. Prima del sequestro si erano accumulate ordinanze, sopralluoghi, relazioni, tavoli istituzionali e promesse di intervento. Nel 2023 l’Ufficio di sorveglianza di Firenze ha riconosciuto che una persona detenuta a Sollicciano aveva trascorso 3.129 giorni in condizioni incompatibili con l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che vieta trattamenti inumani o degradanti.
Il provvedimento descriveva infiltrazioni d’acqua, muffa, celle inagibili, docce degradate, cimici segnalate dalle persone detenute e finestre che non potevano essere aperte per la presenza di nidi di vespe. Non si trattava soltanto di sovraffollamento. L’ordinanza stabiliva che una detenzione può diventare inumana anche quando lo spazio formalmente disponibile supera le soglie minime, se le condizioni ambientali e igienico-sanitarie restano incompatibili con la dignità della persona. Nel luglio 2025 la Commissione politiche sociali e della salute del Comune di Firenze, dopo quasi un anno di sopralluoghi, audizioni e incontri, presentava una relazione finale sulle criticità strutturali, sanitarie e trattamentali dell’istituto. Il documento era composto da ottanta pagine e corredato da fotografie, testimonianze e materiali raccolti dentro e fuori il carcere. Nel gennaio 2026 veniva avviato un tavolo istituzionale permanente su Sollicciano, con l’obiettivo di mettere in relazione Comune, servizi sanitari, direzione e realtà territoriali.
Tra le priorità indicate c’erano proprio la salute mentale e la continuità della presa in carico nella fase di uscita dal carcere. Il 4 marzo, tre mesi prima del sequestro, una delegazione della Commissione comunale visitava ancora l’istituto. Nel comunicato successivo venivano segnalate muffa, umidità e infiltrazioni persistenti. Gli interventi tampone, si leggeva, non potevano sostituire una strategia strutturale dotata di tempi certi. Durante quella visita la Commissione riuscì ad accedere anche all’Articolazione per la tutela della salute mentale. Dopo il sequestro e la riorganizzazione interna, invece, Regione e Asl hanno dichiarato di non aver potuto vedere i nuovi locali nei quali era stata trasferita. Anche la magistratura di sorveglianza era arrivata a una domanda più radicale.
Con un’ordinanza decisa il 17 febbraio 2026 e trasmessa alla Corte costituzionale il 4 marzo, il Tribunale di sorveglianza di Firenze ha chiesto se l’ordinamento debba consentire di sospendere o rinviare l’esecuzione della pena quando lo Stato non è in grado di garantirne lo svolgimento in condizioni rispettose della dignità umana. L’udienza davanti alla Corte costituzionale è fissata per il 22 settembre. Il problema non è più soltanto come riparare un carcere. È capire che cosa debba fare lo Stato quando la pena non può essere eseguita in condizioni compatibili con la Costituzione. Il 16 giugno il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze ha disposto il sequestro preventivo di sette sezioni di Sollicciano. Il provvedimento ha riguardato le sezioni 1, 2 e 7 del reparto giudiziario maschile, le sezioni 9, 10 e 12 del reparto penale maschile e la sezione Accoglienza.
Le indagini, svolte dalla squadra mobile, dal Dipartimento di prevenzione dell’Asl e dalla Guardia di finanza, hanno accertato violazioni del decreto legislativo 81 del 2008 sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Le contestazioni hanno riguardato, tra le altre cose, la pulizia dei locali, l’abitabilità dei dormitori e l’impiantistica elettrica. Per intervenire sulle condizioni nelle quali vivevano le persone detenute è stato quindi necessario ricorrere anche alle norme nate per proteggere chi in quegli ambienti lavora.
Nello stesso giorno il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha dichiarato che per la riqualificazione complessiva di Sollicciano erano già stati finanziati nove milioni di euro e che il 15 maggio era stata aggiudicata la progettazione. Il Dap ha inoltre annunciato la possibilità di anticipare alcuni interventi prioritari rispetto al progetto generale. Ma l’aggiudicazione della progettazione non coincide con l’apertura dei cantieri. Prima dell’esecuzione servono ulteriori passaggi amministrativi, una gara d’appalto e l’organizzazione dei lavori in una struttura che continua a ospitare centinaia di persone.
Il rapporto Sollicciano. Storia di un carcere, curato da Corrado Marcetti, prevede tempi misurabili in anni. Avverte inoltre che, senza un alleggerimento consistente delle presenze e un’organizzazione capace di rendere davvero operativo il cantiere, anche i nuovi lavori rischiano di incontrare gli stessi ostacoli già emersi in passato. I numeri mostrano quanto rapidamente si fosse aggravata la situazione. Al 31 marzo 2026 Sollicciano ospitava 578 persone per 502 posti regolamentari, dei quali soltanto 366 risultavano effettivamente disponibili. Alla fine di maggio le persone detenute erano diventate 630. Dopo il sequestro e i trasferimenti, le presenze sono diminuite. Secondo la scheda ministeriale aggiornata al 19 luglio, nell’istituto si trovavano 498 persone detenute, a fronte di 502 posti regolamentari e 191 posti non disponibili. Sollicciano si è alleggerito sulla carta, ma le persone rimaste continuano a vivere in un carcere privato di una parte enorme della sua capienza effettiva.
“Quel carcere nasce male e cresce peggio”, dice Giancarlo Parissi, garante comunale delle persone detenute di Firenze. La crisi strutturale, spiega, è visibile fin dai primi anni Novanta, a meno di dieci anni dall’apertura dell’istituto. “A Sollicciano piove davvero nelle celle”. Gli impianti non riescono sempre a garantire acqua calda, le docce funzionano a intermittenza e perfino un guasto apparentemente minore può restare irrisolto per giorni. Se si rompe una lampadina, racconta Parissi, una cella può rimanere al buio per quattro giorni. Alessio Scandurra, coordinatore dell’Osservatorio sulle condizioni di detenzione di Antigone, insiste sulla natura cronica del problema. Ricorda di essere entrato a Sollicciano durante un allagamento, a bordo di un mezzo della polizia penitenziaria: “L’acqua arrivava quasi al finestrino”. L’umidità, dice, “mangia il carcere stesso”: corrode gli impianti e fa sì che ogni riparazione finisca per somigliare a un rattoppo.
Ridurre Sollicciano a un problema edilizio significa separare ciò che nella vita delle persone resta inseparabile. Il caldo, l’umidità, gli insetti, la mancanza d’acqua e gli spazi insufficienti non rimangono sulle pareti. Modificano il sonno, la salute fisica, le relazioni e le condizioni psichiche. “L’errore è pensare che la salute in carcere coincida con la mera presenza dei medici”, osserva Giulia Melani, presidente della Società della Ragione.
“Il benessere psicofisico dipende da fattori ambientali e sociali. Il carcere, anche quello migliore, è una struttura patogena che produce malattia”. L’ultima rilevazione regionale disponibile sulla salute nelle carceri toscane, riferita al 2021, segnalava un aumento delle persone detenute con almeno una patologia psichiatrica e una crescita delle prescrizioni di ansiolitici, antipsicotici e antidepressivi. I dati raccolti a Sollicciano e Prato non coprivano però l’intera popolazione detenuta, anche a causa delle difficoltà legate alla pandemia. Un limite che impedisce di misurare fino in fondo un fenomeno già allora evidente. Secondo i dati del Garante nazionale rielaborati da Antigone, nel 2025 a Sollicciano sono stati registrati 585 atti di autolesionismo, il secondo dato più alto tra gli istituti italiani dopo San Vittore.
Tra il 2025 e il gennaio 2026 quattro persone detenute si sono tolte la vita: tre nel corso del 2025 e una nel gennaio successivo. Questi numeri non permettono di ricondurre ogni gesto a una singola causa, né di stabilire un rapporto automatico tra degrado strutturale e comportamento individuale. Rendono però insufficiente continuare a considerare la crisi come una semplice emergenza manutentiva. Per molte persone che vivono in condizioni di marginalità, il carcere può diventare anche il primo luogo in cui avviene una presa in carico sanitaria continuativa. È un altro paradosso: l’istituzione che aggrava o produce malattia può essere contemporaneamente l’unico servizio che incontra persone rimaste fuori dagli ambulatori, dai servizi per le dipendenze o dalla salute mentale territoriale. “Il carcere è l’unico servizio che non può rifiutare nessuno”, dice Melani. Ma quella presa in carico è fragile.
“Gli psicofarmaci hanno spesso la funzione di far sopportare il carcere, ma quando le persone escono non sanno come continuare”. Se mancano una casa, i documenti, un reddito e un servizio territoriale pronto ad accogliere la persona, la continuità terapeutica può spezzarsi poche ore dopo l’uscita. Può interrompersi anche prima, durante un trasferimento. Il sequestro ha reso necessario liberare le sezioni chiuse e spostare una parte delle persone detenute. Ma un trasferimento non è soltanto il passaggio da un edificio a un altro. Può significare perdere una visita sanitaria già fissata, interrompere il rapporto con uno psicologo, cambiare terapia, allontanarsi dai familiari, lasciare un corso scolastico o un’attività lavorativa.
Per le persone con disagio psichico o dipendenze, anche la rottura di una relazione consolidata con un operatore può avere conseguenze rilevanti. Parissi racconta che non è stata fornita una comunicazione chiara sul numero, sulle caratteristiche e sulle destinazioni delle persone trasferite. Il Comune aveva chiesto di non spostare chi seguiva percorsi scolastici, formativi, lavorativi o sanitari, e di tenere conto dei colloqui regolari con i familiari. “Queste notizie ci arrivano a forza di chiedere e indagare”, dice il garante.
Le conseguenze, secondo Parissi, saranno visibili soltanto nel tempo. Una parte consistente della pressione è ricaduta sulla Dogaia di Prato, un istituto che era già sovraffollato. Margherita Michelini, garante del carcere pratese, riferisce che durante una sua visita erano presenti 633 persone a fronte di 589 posti ufficiali, ulteriormente ridotti dalla chiusura di una sezione. “La situazione è da urlo”, racconta. Il caldo è torrido e la carenza di personale può far saltare anche le visite in infermeria o gli appuntamenti sanitari esterni. “C’è voluta la magistratura per far chiudere sette sezioni. È una vergogna: doveva pensarci l’amministrazione penitenziaria, che da anni sapeva e non faceva nulla”. Spostare persone da un carcere con intere sezioni sequestrate a uno già sovraffollato non cancella il problema. Lo redistribuisce.
Con le persone viaggiano anche le patologie, le terapie, le dipendenze, le fragilità e le necessità assistenziali. Se non aumentano gli spazi, gli operatori e le risorse sanitarie, la pressione viene semplicemente trasferita da un territorio all’altro. Chi risponde della salute in carcere? Per Emilio Santoro, professore di Filosofia del diritto, il sequestro “certifica un’inerzia che dura da anni”. Non descrive soltanto il fallimento della manutenzione, ma anche quello dei rimedi messi a disposizione delle persone detenute. Relazioni, ricorsi e provvedimenti hanno documentato per anni le condizioni di Sollicciano senza produrre un cambiamento sufficiente. L’amministrazione ha continuato a gestire l’emergenza attraverso interventi parziali, mentre la struttura si degradava più rapidamente di quanto venisse riparata. Anche i progetti si sono moltiplicati. Nel 2015 una ricerca-intervento partecipata si era concentrata sulla riqualificazione dell’area detentiva femminile e sulla riorganizzazione di una sezione maschile.
Nel 2023 il progetto “I care”, promosso dal Dipartimento di architettura dell’Università di Firenze, aveva provato a ripensare il rapporto tra carcere e città. Più di recente è stata avanzata l’ipotesi di un “carcere volano”, una struttura temporanea nella quale ospitare le persone durante la ristrutturazione delle sezioni. Progetti diversi, accomunati dal tentativo di rendere compatibili i lavori con la permanenza delle persone detenute. Il rischio, osserva il rapporto Marcetti, è che queste iniziative attraversino Sollicciano come meteore: suscitano aspettative, coinvolgono persone detenute e operatori, ma non riescono a incidere sulle condizioni quotidiane quando mancano tempi, risorse e una regia capace di trasformarle in interventi strutturali. Il problema non è quindi l’assenza di soggetti competenti.
Al contrario, a Sollicciano le competenze sono numerose e frammentate. L’amministrazione penitenziaria, attraverso il Dap e il Provveditorato regionale, gestisce l’istituto, gli interventi edilizi e i trasferimenti. La Regione e l’Asl devono garantire la salute. Il Comune può promuovere tavoli, sopralluoghi e attività sociali, ma non ha il potere di amministrare il carcere. La magistratura di sorveglianza interviene quando le condizioni ledono i diritti delle persone detenute; l’autorità giudiziaria penale può arrivare, come in questo caso, al sequestro. Le competenze sono frammentate, la vita delle persone no.
Salute, spazi, relazioni e percorsi di cura restano inseparabili, anche quando ricadono sotto amministrazioni diverse. È questo che rende significativo il mancato accesso di Monia Monni e Valerio Mari ai locali della salute mentale. La sanità regionale aveva la responsabilità di verificare le condizioni delle cure, ma non il controllo della porta attraverso cui passare. Il sequestro ha aperto una fase nella quale riparare le sezioni non basta. Bisogna garantire che, durante i lavori e i trasferimenti, una terapia non venga interrotta, una visita non salti e una persona fragile non scompaia nel passaggio tra un istituto e l’altro.
A Sollicciano la sanità pubblica entra ogni giorno per curare, ma non controlla gli edifici, gli spostamenti e neppure sempre gli accessi. Finché questa frattura resterà affidata a tavoli, comunicazioni incomplete e interventi d’emergenza, il diritto alla salute continuerà a dipendere non soltanto da medici e terapie, ma da chi possiede le chiavi della porta.










