di Stefano Brogioni
La Nazione, 29 ottobre 2025
Da quasi un mese il giudice ha disposto la scarcerazione dal carcere di Sollicciano, tramutando la sua detenzione in arresti domiciliari con il braccialetto elettronico. Ma da quel 1 ottobre, giorno in cui la corte d’appello ha accordato la trasformazione della misura cautelare, non è ancora arrivata la disponibilità da parte della Fastweb per l’applicazione del dispositivo.
Il risultato è che il detenuto, un 41enne di origini albanesi, è ancora nella sua cella a Sollicciano. “Illegittimamente”, sottolinea il suo legale, l’avvocato Sabrina Del Fio, che nella sua ultima istanza ai giudici della corte d’appello di Firenze (con cui chiede che il 41enne possa aspettare il braccialetto al domicilio e non più dietro le sbarre), ha rimarcato l’assoluta mancanza di informazioni sulla tempistica e l’inefficienza dell’appalto.
C’è anche l’aspetto sociale: Sollicciano è noto per le “gravi carenze strutturali e sociosanitarie” nonché per il “perenne sovraffollamento”: “condizioni - denuncia il legale - che potrebbero essere almeno attenuate con l’esecuzione di misure sostitutive come quella disposta dall’autorità giudiziaria”.
Già, perché il paradosso che non sfugge agli avvocati che si occupano di “cautelare” è proprio questo: si susseguono appelli e denunce affinché s’intervenga sul carcere “disumano”, ma poi quando un detenuto ottiene dalla magistratura di scontare la propria detenzione lontano dalla cella, il meccanismo s’inceppa davanti alla mancanza di braccialetti elettronici. In questo caso, infatti, la corte d’appello aveva valutato positivamente “il comportamento processuale dell’imputato” e, dopo più di un anno e mezzo di custodia, aveva dato il via libera affinché potesse trasferirsi ai domiciliari, ma “vigilati” da un dispositivo. Che non arriva.











