di Stefano Fabbri
Corriere Fiorentino, 7 marzo 2026
Prima o poi doveva accadere. La situazione del carcere di Sollicciano ha scalato, e scaldato, politica e media e adesso è arrivata proprio in cima, sul Colle più alto: al Palazzo della Corte costituzionale, proprio a fianco della sede della Presidenza della Repubblica. L’eccezione di costituzionalità sollevata dal Tribunale di sorveglianza di Firenze, in seguito all’iniziativa dei legali di un detenuto, pone domande solo apparentemente retoriche, ma con un profondo senso giuridico, umano e politico. È giusto che un condannato debba scontare la pena in una situazione di degrado e umiliazione, che è esclusa dall’articolo 27 della Costituzione, in un carcere infestato da cimici e roditori e che quando piove si trasforma in un ombrello bucato?
E si può differire l’espiazione della pena, o modificarne le modalità, nonostante il Codice penale e l’Ordinamento penitenziario non prevedano questa possibilità motivata dai problemi gravissimi della struttura che deve accoglierlo? In fondo sono gli stessi princìpi che hanno convinto i giudici della Corte d’Appello di Firenze a non estradare uno straniero verso le carceri greche ritenute inumane. Il verdetto della Corte costituzionale è atteso come un punto di svolta importante.
Ma già l’aver sollevato la questione rappresenta una salutare provocazione, perché quel ricorso esprime un giudizio di “cronicità”, come l’ha definita il Tribunale di sorveglianza, delle drammatiche condizioni strutturali di Sollicciano che nessuna richiesta, nessuna intimazione e nessuna disposizione è riuscita finora ad evitare.










