di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 27 dicembre 2025
Gianna e Francesco, detenuti con disagio psichico dalle celle di Sollicciano al centro Madre Fernanda. Due ex detenuti del carcere fiorentino, lei 56 anni, lui 57, entrambi con una disabilità psichica che arriva quasi al 100%, sono stati accolti nella struttura residenziale psichiatrica gestita dal Consorzio Zenit. La psicoterapeuta: “Condizioni incompatibili con il carcere”. Sono usciti dal carcere di Sollicciano qualche settimana fa, ma non potranno mai dimenticare quello che hanno vissuto dentro uno dei penitenziari più critici d’Italia. Si chiamano Gianna e Francesco (nomi di fantasia), e hanno una disabilità psichica che arriva quasi al cento per cento. Nonostante questo, hanno vissuto in cella per diversi mesi. Adesso vivono al Centro Madre Fernanda, la struttura residenziale psichiatrica gestita dal Consorzio Zenit che offre a persone con disagio psichico la possibilità di percorsi curativi e riabilitativi di tipo residenziale.
Sono arrivati qui grazie alla collaborazione tra i centri di salute mentale dell’Azienda Sanitaria cui erano in carico. E proprio qui, dopo aver metabolizzato tutto quello che hanno vissuto, hanno scelto di raccontare quello che hanno passato in carcere. “Ho avuto forti momenti di sconforto a vivere lì dentro - racconta Gianna, 56 anni - Ho patito molto freddo durante l’inverno e molto caldo durante l’estate. A volte i riscaldamenti non funzionavano e per dormire si usavano più coperte. Eravamo in tre nella stessa cella. Vicino al mio letto c’era un muro verde a causa dell’umidità. Nel reparto dell’infermeria ci pioveva dentro, ci ho visto scorrazzare i topi. Quando sono uscita è stato il giorno più bello della mia vita”.
Parole simili arrivano da Francesco, 57 anni: “Sollicciano non è un posto in cui potevo vivere. Stavo in una cella piccola, dove però eravamo in quattro persone e non era facile condividere gli spazi. Ricordo che nella mia cella spesso non c’era luce. Io amo leggere ma non riuscivo a leggere la sera se non con una piccola torcia, ma era complicato e questo mi provocava un forte disagio. Ricordo che una volta siamo rimasti senza termosifone, ero costretto a dormire vestito con le coperte”.
Non sono certo gli unici detenuti con forti problemi psichiatrici, che forse meriterebbero pene alternative, magari nelle Rems, che però sono piene. La detenzione di persone con patologie psichiche gravi in carcere costituisce una violazione dei diritti umani, come più volte ribadito dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo a causa dell’inadeguatezza dei trattamenti, del sovraffollamento e delle condizioni non terapeutiche.
“Queste sono storie di profonda solitudine. Spesso non si sa dove finisce la malattia psichica e comincia il disagio sociale. Sono persone che, purtroppo sbagliando, chiedono di essere riconosciute - spiega Maria Sole Martini, psicoterapeuta della struttura Madre Fernanda - Non vogliamo certo contestare i reati commessi e la pena ricevuta, ma la patologia di Gianna e Francesco è così evidente che Sollicciano non può certo rivestire per loro una funziona rieducativa, tutt’altro”.
“La collaborazione tra le istituzioni pubbliche e gli enti del Terzo settore è la strada giusta per aiutare persone così fragili e sole a ricevere cura, dignità e un trattamento umano adeguato - aggiunge Valentina Blandi, direttrice del Consorzio Zenit - Non facciamo niente di speciale, ma se si è sostenuti e amati tutti possiamo ricominciare. Qui queste persone hanno ripreso a vivere, a parlare, a relazionarsi in modo costruttivo. Non mancano le fatiche, ma unire le forze tra istituzioni per creare alternative al carcere, ci consente di aiutare queste persone a ritrovare un ruolo positivo nella società. Ogni persona merita l’attenzione necessaria perché possa costruirsi una nuova possibilità”.










