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di Jacopo Storni


Corriere Fiorentino, 10 gennaio 2021

 

Don Russo: qui la regola, quando va bene, è vivi e lascia vivere. Si parlano venti lingue diverse, in pochi sanno l'inglese. Chi è qui sa che resterà solo per pochi mesi per poi tornare alla vita randagia che conduceva prima. "L'altra mattina passeggiavo nel reparto giudiziario, mi sono avvicinato a una cella, c'era un televisore che trasmetteva musica araba, ho fatto un cenno di saluto al detenuto maghrebino che era sdraiato sul letto, ma lui mi ha guardato seriamente e poi ha voltato lo sguardo dall'altra parte. Era un chiaro segno di rifiuto di dialogo". Don Vincenzo Russo è il cappellano di Sollicciano da 16 anni. Un lavoro difficile, tanti i reclusi che neppure lo degnano di uno sguardo.

 

Don Russo, cos'è diventato il carcere di Sollicciano?

"Un luogo di estremo degrado sociale e mentale, dove i reclusi attendono la fine della pena per tornare a condurre la vita randagia che conducevano prima. E questo è il frutto dei cambiamenti

che avvengono nel mondo".

 

Ci spieghi...

"In Italia e nel mondo sono aumentate le povertà e le disuguaglianze, questo costringe un sempre maggior numero di persone a intraprendere percorsi di marginalità, che spesso sfociano nella delinquenza e nella micro criminalità. E così il carcere si popola di reclusi che restano in cella soltanto per qualche mese e non hanno alcun interesse a cominciare un percorso trattamentale rieducativo, viste anche le condizioni drammatiche del penitenziario".

 

Chi sono i detenuti di Sollicciano?

"Quasi due terzi sono stranieri - nigeriani, maghrebini, albanesi, georgiani, serbi - spesso in carcere per consumo e spaccio, furti e rapine. Ci sono oltre venti nazionalità diverse e questo non aiuta l'integrazione".

 

Non è sempre stato così?

"No, vent'anni fa era diverso. I detenuti erano più stabili, c'era meno micro criminalità e maggiore presenza di detenuti di lungo corso, che magari avevano commesso reati più pesanti. Sembra un paradosso, ma sono proprio questi i reclusi con cui si può cominciare un percorso perché sanno che dovranno stare molti anni in carcere".

 

Ma in Italia sono tutte così le carceri?

"Sollicciano è uno degli istituti italiani in cui c'è la percentuale di stranieri più alta".

 

E gli agenti?

"Troppo pochi, almeno 50 in meno, per gestire una popolazione sovraffollata come quella di Sollicciano".

 

Conoscono le lingue per parlare coi reclusi stranieri?

"Qualcuno sa l'inglese, ma non le lingue dei reclusi, e questo è un problema".

 

Quindi non c'è dialogo tra agenti e detenuti?

"Soltanto gli agenti più anziani, talvolta, assumono un ruolo che va oltre il mero lavoro di sorveglianza. Ma nella maggior parte dei casi, si vive e si lascia vivere, nel senso che i reclusi ignorano gli agenti perché fanno parte del sistema, e di conseguenza gli agenti hanno difficoltà a parlare con loro".