di Stefano Fabbri
Corriere Fiorentino, 27 luglio 2024
Se c’è qualcosa che ha strettamente a che fare con le scelte politiche, questa è il carcere. E se c’è qualcosa che deve obbligatoriamente stare fuori dallo scontro politico fine a se stesso, questa è ancora il carcere. La vicenda di Sollicciano è emblematica: raramente si è vista un’”emergenza” durare da 40 anni, tanti ne sono trascorsi dalla sua costruzione. Quattro decenni di impotenza o di ignavia, durante i quali non sono mancati segnali di allarme, indignazioni e pure qualche generoso tentativo di reazione. Oggi il bubbone pare esploso, ma ciò che per ora sembra aver fatto il botto è soprattutto il suo epifenomeno, ovvero la polemica e l’uso politico di una tragedia. Inutile qui fare il conto delle responsabilità di ciascuno, che ci sono e ben stratificate.
Ma come definire se non un teatrino quanto va in scena in questi giorni, con le parti già scritte: il governo e le sue strutture che fanno finta di intervenire non attraverso stanziamenti adeguati alla situazione del carcere fiorentino, drammatica per i reclusi e per chi ci lavora, ma con una specie di grida manzoniana in cui si intima alla direttrice di porre rimedio in 90 giorni a magagne non marginali; e l’amministrazione comunale che, nonostante il pronunciamento di non belligeranza di Sara Funaro, pare usare la difesa della dirigente più per non mancare l’occasione di una sfida con l’esecutivo nazionale. Tutto questo mentre ciascuno sembra essersi svegliato (provvisoriamente) dal letargo.
Poi, di nuovo, l’oblio di una quotidianità che è folle considerare normale. Come è difficile considerare normale che a certificare l’assenza di cimici e topi nella cella in cui un ventenne è stato trovato impiccato sia stata la stessa ditta incaricata della disinfestazione. La triste verità è che il carcere non produce consenso e voti, se non tra i fan della chiave buttata nel pozzo. Al massimo un po’ di indignazione, carburante eccellente per la polemica ma non per mettere radicalmente mano a quella che ancora oggi è una discarica di umanità fatta di errori e di pena, in cui c’è chi cerca quel riscatto promesso dalla Costituzione. Altrimenti non si spiegherebbe perché il dato emerso dal recente convegno del Cnel, che indica al 60% la recidiva tra i detenuti che non lavorano mentre la stima al 2% tra i pochi che riescono a trovare un’occupazione, sembri destinato a restare negli archivi. Se un detenuto deve chiedere qualcosa c’è una prassi: la “domandina”, in cui brevemente si scrive il desiderio affidandolo alle procedure. Ecco. Una “domandina” rivolta alla politica potrebbe essere questa: non trasformate l’emergenza-carcere in un terreno di scontro in cui a perderci ancora una volta sarebbero solo i detenuti. Ma se volete invece tentare qualcosa di concreto, “fate presto”, come titolò un importante quotidiano dopo il terremoto in Irpinia. Fatelo ora, prima che il sisma carcerario travolga Sollicciano e il buonsenso.









