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di Teresa Scarcella

La Nazione, 16 febbraio 2026

Fanfani: “Cambiare idea di reclusione, puntando su formazione e reinserimento”. Parissi: “Costruiamo tre carceri più piccole in provincia e trasferiamo i detenuti”. Demolire o non demolire Sollicciano? La sindaca Sara Funaro, che non ha mai fatto mistero di abbracciare l’ipotesi dell’abbattimento, ha dichiarato di pensarla diversamente dalla direttrice Valeria Vitrani che, qualche giorno fa ha chiaramente detto che “non è nei piani”. Ma è questo il dilemma? Il dibattito, pur partendo da un dato di fatto che è la condizione disastrosa del carcere e dalla condivisa necessità di metterci mano, sembra viaggiare su due binari paralleli. Quello ideale: disfarsi di una struttura fatiscente per sostituirla con una più moderna, “Io lo dico da sempre. Sollicciano va chiuso e rifatto” afferma Giuseppe Fanfani, garante de detenuti della Toscana. “Anche a me piacerebbe” gli fa eco il collega fiorentino, Giancarlo Parissi.

E poi c’è quello concreto, che obbliga a porsi delle domande: in primis è fattibile? “Io capisco il sentimento che porta a dire ‘demoliamolo’ - ammette Parissi - ma credo sia utopia. Il realismo è altro. Intanto per l’ambito di competenze che pendono sulla testa di Sollicciano. Ci vedo una serie di complicazioni burocratiche e politiche. Se fosse semplice arrivare ad una svolta così radicale, perché fino ad oggi nessuno ne ha ordinato lo sgombero per motivi sanitari, come si farebbe per un ospedale o un albergo nelle stesse condizioni? Sono anni che l’Asl fa ispezioni e rilascia relazioni in cui evidenzia che la situazione a Sollicciano non è compatibile con la vivibilità”. Servirebbero “impegno e volontà” per Fanfani. Ma anche delle alternative temporanee. “Ci sarebbe da spostare 550 detenuti, 400 agenti e tutta un’organizzazione - ancora Parissi - Dove li mettiamo?”. “In Toscana non c’è posto - chiarisce Fanfani -. Stanno progettando un carcere nuovo a Grosseto, forse quella potrebbe essere un’occasione, ma i tempi sono lunghi e nemmeno certi. Pensiamo ad Arezzo. Hanno iniziato i lavori una decina di anni fa, restaurando un’intera area, poi si sono accorti che le porte erano troppo strette e hanno fermato tutto”.

Poi - per salire su un piano ancora più ideale - che tipo di carcere andrebbe tirato su? “Ristrutturare il contenitore, ma lasciare immutata l’essenza non serve. Bisognerebbe cambiare l’idea della reclusione. Un modello moderno deve essere fatto di piccole unità, nelle quali sia possibile un contatto diretto e una conoscenza dei reclusi - spiega Fanfani -. Spazi per la formazione, laboratori mirati al reinserimento lavorativo. Insomma, deve essere concepito come una scuola di formazione o ri-formazione idonea a far uscire persone migliori. Salverei solo il giardino degli incontri”. “Vogliamo alimentare il dibattito? Allora la butto lì - conclude Parissi - costruiamo tre penitenziari più piccoli in provincia e una volta pronti ci trasferiamo i detenuti. Si scatenerebbe una battaglia tra comuni, perché chi lo vorrebbe?”. Intanto, tornando al presente, il 27 febbraio ci sarà un nuovo incontro del tavolo istituzionale. “Ancora zoppo” secondo Parissi, al quale mancherebbero realtà come: associazioni, servizi sanitari esterni e rappresentanti ministeriali.