di Antonella Mollica
Corriere Fiorentino, 12 maggio 2024
La vicenda di un cittadino pakistano: denunciato, arrestato e scagionato dopo aver passato in carcere più di 5 mesi. Adesso sarà risarcito con 80mila euro. Era finito in carcere con l’accusa di tentato omicidio per aver travolto con l’auto l’uomo che lo aveva denunciato nell’ambito di un’inchiesta sul caporalato. Ma quasi tre anni dopo il tribunale di Prato lo aveva assolto per non aver commesso il fatto. Adesso per quei 5 mesi in cella e 6 ai domiciliari la Corte d’Appello di Firenze ha riconosciuto a un pakistano di 61 anni, assistito dall’avvocato Stefano Belli, un risarcimento per ingiusta detenzione pari 80 mila euro.
La vicenda - La vicenda parte nel febbraio 2017 quando l’uomo, insieme a un connazionale, viene sottoposto a fermo per tentato omicidio di un marocchino che li aveva denunciati come i suoi sfruttatori dopo un infortunio sul lavoro. L’uomo venne abbandonato dai “caporali” davanti all’ospedale di Prato e raccontò che era caduto da un albero mentre lavorava nei campi. Pochi giorni dopo quell’episodio il marocchino fu investito da un’auto pirata a Galciana. Sembrava un incidente stradale ma il marocchino disse di aver riconosciuto nell’auto che fuggiva i due pakistani che aveva denunciato. I due finirono così in carcere.
Da lì inizia la vicenda di Ahmed Gulzar. La Procura di Prato chiede l’incidente probatorio che però non viene mai fatto perché nel frattempo il pm titolare dell’inchiesta viene trasferito. Si arriva al processo con il reato derubricato da tentato omicidio a lesioni personali. Il pakistano viene scarcerato dopo che gli inquirenti accerteranno grazie, alle celle telefoniche, che nel giorno e nell’ora dell’incidente lui e il suo connazionale si trovavano all’Impruneta e non a Galciana. Nel corso del processo il marocchino scagiona i pakistani e dice di essersi sbagliato. Così nell’ottobre 2019 l’uomo viene assolto per non aver commesso il fatto.
Il risarcimento - Sette anni dopo l’arresto la Corte d’appello di Firenze, presieduta da Francesco Bagnai, ha riconosciuto il risarcimento. “L’accusa a carico di Gulzar - scrivono i giudici - era fondata su un riconoscimento fotografico fatto dalla persona offesa in fase di indagini preliminari. Ma la stessa persona offesa durante il processo ha negato di lui fosse uno dei suoi aggressori e ha ammesso che si era sbagliato: d’altra parte aveva descritto il suo aggressore come alto e magro mentre Gulzar ha una corporatura diversa ed è corpulento”.
Una prima istanza per ingiusta detenzione era stata rigettata nel novembre 2021: i giudici avevano imputato a Gulzar una sorta di “colpevole inerzia” nel difendersi dato che nel corso dell’interrogatorio di garanzia si era avvalso della facoltà di non rispondere e per non aver chiesto subito un incidente probatorio per confutare il riconoscimento fotografico. L’avvocato Belli non si è però arreso. E ha fatto ricorso in Cassazione.
Nel dicembre 2022 i giudici supremi hanno annullato l’ordinanza e hanno rinviato ad un’altra sezione della Corte d’Appello di Firenze. A gennaio è arrivata la decisione che ha riconosciuto le ragioni del pakistano. La Cassazione ha spiegato che avvalersi della facoltà di non rispondere non incide sul diritto alla riparazione per ingiusta detenzione. I giudici toscani spiegano che l’indennizzo va riconosciuto anche se “la sua scelta di avvalersi della facoltà di non rispondere rimane poco razionalmente spiegabile”.
Per i 221 giorni trascorsi in cella e i 120 giorni agli arresti domiciliari il risarcimento è stato quantificato in 66 mila euro: per ogni giorno in carcere va liquidata la cifra di 235,82 euro e per ogni giorno di arresti domiciliari circa la metà:117,91 euro. Ai 66 mila euro poi va aggiunto anche il conto del danno derivato dal fatto che la misura cautelare ha privato la sua famiglia (aveva quattro figli piccoli quando è stato arrestato) della principale fonte di reddito. Si arriva così a 80 mila euro. “L’errore - spiega l’avvocato Belli - è fisiologico nelle vicende umane come nei processi. Quello che è patologico è non voler riconoscere l’errore e anzi negarlo, come è accaduto quando abbiamo presentato la prima istanza”.










