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di Enrico Nistri

 

Corriere Fiorentino, 2 gennaio 2020

 

Il mondo del carcere interessa relativamente poco all'opinione pubblica. È un mondo chiuso e prevale spesso la convinzione che chi vi è recluso se la sia cercata, anche se buona parte dei carcerati è costituita da detenuti in attesa di giudizio, per cui vale la presunzione d'innocenza.

A maggior ragione, il mondo del carcere sembra interessare poco ai politici. I detenuti non votano, anche perché larga parte di loro è costituita da stranieri; se poi si tratta di bambini, detenuti al seguito delle madri, il disinteresse non cambia. Se non votano i grandi, figuriamoci i piccoli, condannati da colpe non loro a vivere i primi anni della loro vita dietro le sbarre.

Quanto è successo, e soprattutto quanto non è successo a Firenze nella casa di reclusione di Sollicciano ne costituisce una conferma. I servizi sul Corriere Fiorentino lo documentano ampiamente. Esisterebbe una legge dello Stato, la 62 del 2011, che prevede la possibilità di favorire il rapporto fra mamme e figli minori durante l'attesa di giudizio o l'espiazione della pena attraverso l'istituzione di Istituti a custodia attenuata per madri detenute. Ma a Firenze ci sarebbe molto di più: una palazzina, a Rifredi, che la Madonnina del Grappa ha donato dieci anni fa alla Società della Salute per la realizzazione di una casa accoglienza.

E ci sarebbe anche un protocollo d'intesa con le firme di ministero della Giustizia, Tribunale di sorveglianza, Istituto degli Innocenti, nonché della Regione, che ha stanziato 700.000 euro per i lavori di ristrutturazione. Invece tutto è rimasto bloccato, per le more burocratiche, in un disinteresse generale scosso solo nelle ultime settimane dalle dichiarazioni di don Vincenzo Russo, nella sua duplice veste di direttore della Madonnina del Grappa e di cappellano del carcere di Sollicciano, e di Massimo Lensi, dell'associazione "Progetto Firenze".

Esiste, è vero, la disponibilità del Comune a lavorare su un progetto per consentire alle associazioni di volontariato di accompagnare i figli delle detenute all'esterno del carcere, ma si tratta comunque di una soluzione provvisoria. C'è da sperare che, anche una volta venuto meno il clima di commozione legato alle festività natalizie, politica e burocrazia riescano a superare i residui intralci. Chi ha sbagliato è giusto che paghi, anche perché per reati bagatellari è difficile oggi andare in carcere, ma senza pregiudicare il diritto dei bambini a vedere un cielo senza grate. In un'arcaica etica veterotestamentaria le colpe dei padri potevano ricadere sui figli. Le colpe delle madri, nemmeno lì.