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di Jacopo Storni

Corriere Fiorentino, 4 settembre 2026

La storia della 19enne riapre la questione della struttura per madri detenute promessa e mai realizzata. Diciannove anni, incinta al settimo mese, detenuta in cella nel carcere di Sollicciano da quasi dieci giorni. È la vicenda di una ragazza rumena che nei giorni scorsi è stata arrestata per un furto d’auto. Da quanto risulta, si trova in Italia con il compagno che vive in zona Carrara, non parla praticamente una parola d’italiano e vive di stenti. È rimasta incinta sette mesi fa e non avrebbe alcun aiuto per portare avanti la gravidanza, motivo per cui si sarebbe ritrovata a compiere un furto insieme al compagno. Arrestata dagli agenti in Versilia, è stata condotta nel di Sollicciano anche a causa della mancanza di strutture adeguate per le donne in stato di gravidanza che si macchiano di reati.

È una storia vecchia e mai risolta quella dell’Icam, l’istituto a custodia attenuata per le detenute madri. Firenze aveva provato a fare da apripista già nel 2010, con un protocollo tra ministero della Giustizia, Regione, tribunale di Sorveglianza, Istituto degli Innocenti e Madonnina del Grappa, che aveva messo a disposizione una palazzina in via Fanfani. La Regione aveva stanziato 400 mila euro, ma tredici anni dopo il progetto era ancora fermo. Nel 2022 l’assessora Sara Funaro ha annunciato l’avvio dei lavori entro settembre, ma la gara d’appalto è andata deserta. La ristrutturazione è stata quindi affidata all’Asl. Nel 2024 poi è stato annunciato l’avvio e la fine dei lavori, ma anche quella scadenza è passata e oggi tra annunci, rinvii e scaricabarile, l’Icam ancora non c’è. E probabilmente non ci sarà, visti quelli che sono stati negli ultimi mesi gli orientamenti politici sul tema. La ragazza rumena intanto è in attesa di giudizio e ha contatti con una mediatrice culturale.

Sempre sul fronte Sollicciano, arriva una denuncia dal sindacato della polizia penitenziaria Osapp, secondo cui “un detenuto collaboratore, arrivato da poco nel carcere, avrebbe trascorso la notte non in cella ma in un ufficio destinato al personale”. Secondo quanto riferito, “sarebbe un ex boss della camorra, con una condanna ultracarcere trentennale in parte già scontata e altri dieci anni da espiare”. Se confermato, aggiungono dal sindacato, “il fatto fotografa una gestione che ha ormai superato il confine dell’improvvisazione”, visto che anche “altri detenuti in situazioni di incollocabilità vengono sistemati nelle camere di sicurezza, con materassi a terra e senza servizi igienici. Un ufficio della polizia penitenziaria o di altri operatori non può diventare una cella perché l’Amministrazione non sa dove collocare un detenuto”.