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di Antonio Del Prete

La Nazione, 8 luglio 2024

Sono stati presentati da detenuti che stanno scontando pene definitive. Emerge una vita impossibile: spazi personali di tre metri quadri invasi dalle cimici, confinati fra mura intrise di muffa a causa delle infiltrazioni. Cento ricorsi contro il carcere inumano. Sono stati presentati da altrettante persone che stanno scontando una pena definitiva nella casa circondariale di Sollicciano teatro, nei giorni scorsi, di una violenta sommossa scattata dopo il suicidio di un detenuto di vent’anni. Le istanze, supportate dall’associazione “L’altro Diritto”, hanno avuto anche un effetto boomerang: quello di ingolfare il tribunale di Sorveglianza, chiamato a decidere su questa mole di ricorsi. Vista la massa di atti da valutare, si apprende da fonti legali che stanno slittando le udienze per la trattazione di questi ricorsi. Ricorsi dall’esito pressoché scontato, però, in virtù di una sentenza di condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, a cui si appellano i ricorrenti, che fissa i paletti della dignità ambientale dietro le sbarre. Quella che a Sollicciano è stata smarrita.

A far giurisprudenza c’è poi una sentenza dello stesso tribunale di Sorveglianza emessa lo scorso dicembre, alla quale si sono adeguate le successive pronunce che ci sono state finora. I giudici stanno riconoscendo il “trattamento inumano e degradante” subito dai ristretti. Il tam tam carcerario, l’impegno di associazioni come l’Altro Diritto e di alcuni legali specializzati, e pure il costante peggioramento delle condizioni di vita dentro il penitenziario fiorentino, hanno avuto l’effetto di creare una sorta di class action dei detenuti.

A Sollicciano, molti detenuti vivono in uno spazio personale di tre metri quadri, infestato dalle cimici, confinati dentro mura intrise di muffa a causa delle infiltrazioni. In un cubo di cemento che è gelido d’inverno e rovente d’estate.

Ma gli sconti che vengono concessi a chi fa ricorso (pari a circa il dieci per cento dei giorni trascorsi dentro) non servono a sanare la situazione catastrofica descritta nei sopralluoghi della Asl e, recentemente, anche in un recentissimo esposto presentato dai ristretti pochi giorni prima del suicidio del ventenne tunisino.

Pochi giorni prima del gesto estremo di Fedi - che stava scontando un cumulo di pena che si sarebbe esaurito a fine 2025 - erano iniziate tensioni fra i detenuti per le condizioni della struttura. La goccia che aveva fatto traboccare il vaso era stata la mancanza d’acqua, carenza figlia delle condizioni vetuste delle tubature che, se la pressione viene spinta troppo, rischia di esplodere tutto. Una cinquantina di detenuti dell’ottava sezione hanno messo la loro firma sotto a una denuncia consegnata ai legali.

Oggi, l’ottava sezione, come la terza e la quinta, sono le aree in cui la rivolta è stata più pesante. I danni causati dalle devastazioni, dagli incendi, e gli allagamenti figli dell’intervento dei vigili del fuoco, hanno reso i reparti inagibili. A tal proposito sono in corso trasferimenti di detenuti in altri carceri, e indagini della polizia penitenziaria che potrebbero portare a provvedimenti disciplinari.