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di Jacopo Storni

Corriere Fiorentino, 29 maggio 2026

Spacciava, ha visto compagni di cella uccidersi. Ora torna al Gozzini solo di notte. Sul braccio sinistro porta i segni della disperazione. Una cicatrice di dieci centimetri, bianca e netta, è il confine della vita di prima: la strada, il carcere. “Mi son tagliato con un coltello, in cella. Per vivere nella giungla dovevo tirar fuori gli artigli. E fare cazzate”. Kamal, 36 anni, marocchino, oggi sorride col cappellino e la maglietta con la “M” gialla. Assunto a tempo indeterminato al fast food di via Cavour, nonostante sia detenuto al Gozzini. Una storia più unica che rara che racconta come a volte, nel sistema fragile della giustizia e della rieducazione, ci siano delle eccezioni, spesso dovute però alla buona volontà del Terzo Settore e all’interesse dei privati, che suppliscono alle carenze istituzionali.

E dunque Kamal, dall’inferno alla rinascita. Oggi è qui, nella cucina del Mc Donald’s. Prepara il bacon alla griglia, farcisce i panini. Eppure è ancora carcerato. Esce la mattina dal Gozzini per andare a lavorare, rientra la sera, dorme in cella, poi riparte: con la tramvia o con l’autobus.

“Avevo 13 anni la prima volta che sono partito per Marsiglia. Ancor prima di partire, al porto in Marocco, sono caduto dalla nave dove mi ero nascosto, ho sbattuto la testa sulla banchina, sono stato alcuni giorni in coma, poi mi sono risvegliato. Ero partito perché volevo aiutare mia madre a vivere meglio. Credevo che l’Europa fosse il paradiso”. Poi ritenta la traversata: tre giorni e tre notti spiaccicato tra le lamiere della nave, nascosto per non essere scoperto. La pipì nelle bottiglie, il cibo negli zaini. Arriva in Francia, ma non è il paradiso. Kamal finisce a spacciare, poi le risse con i rivali, la conquista delle piazze. “Nel 2011 è morto mio padre e sono andato fuori di testa. L’Europa è diventata il mio abisso”.

L’arrivo a Firenze: “Bevevo tanto, picchiavo, rubavo”. Così finisce in varie carceri, Sollicciano, Porto Azzurro, Gozzini: fine pena 2030. Ha visto più volte la morte in faccia, non solo quella volta al porto. Anche in cella: “Cinque miei connazionali si sono tolti la vita impiccandosi a pochi metri da me”. Kamal finisce per odiare sé stesso, fino a quell’atto di autolesionismo.

La svolta arriva grazie all’amore. “Avevo una fidanzata italiana che mi ha raccolto dal baratro e mi ha portato su, ho cambiato vita per lei, per mia madre, e per me stesso”. E quindi la nuova vita, la buona condotta, la possibilità di uscire per lavorare grazie alla decisiva mediazione dell’associazione Seconda Chance, che mette in contatto i detenuti con le aziende che cercano lavoratori. Giuseppe Troisi, responsabile del Mc Donald’s di via Cavour, stravede per lui: “Mi ha profondamente colpito quel suo sguardo ancora pieno di sofferenza. Sono felice di poter dare a questo ragazzo una nuova opportunità di vita”. Kamal ringrazia: “Ero arrivato a perdere fiducia in tutta l’umanità, adesso l’ho ritrovata”.

Ogni giorno si allena al Giardino dell’Orticoltura, in memoria della sua infanzia quando faceva lotta greco romana. E ogni giorno, oltre al lavoro nel fast food, fa il giardiniere nello spazio esterno del provveditorato all’amministrazione penitenziaria in via Bolognese. Ogni mese manda i soldi a casa alla madre, che grazie ai suoi risparmio ha avuto la possibilità di andare alla Mecca. Non la vede da circa vent’anni, da quel giorno in cui è partito da adolescente. “Mi manca tantissimo, la chiamo più volte al giorno”. E se dovesse esprimere, adesso, il più grande sogno della sua vita è soltanto uno: “Riabbracciare mia madre, è grazie a lei se adesso sono qui”.