di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 13 aprile 2023
Massimo Gramigni nel 2004 ebbe l’idea di intitolare il palazzetto al leader sudafricano. “Uno sponsor giapponese offrì 5 milioni ma dicemmo di no: meglio i valori dell’umanità”.
Ventisette anni in carcere dentro una cella asfissiante, 2,59 metri di lunghezza per 2,3 di larghezza. Un anfratto quadrato, due finestrelle e soltanto un tappetino per dormire, un comodino e un secchio come bagno. Nelson Mandela ha vissuto così per 18 anni e oggi quelle drammatiche condizioni sono sbattute in faccia a migliaia di persone: a tutte quelle che ogni giorno entrano ed escono dal palasport di Firenze, che si chiama proprio Nelson Mandela Forum e al cui ingresso c’è la riproduzione di queste sbarre dove il leader sudafricano ha trascorso anni della sua vita. Non puoi scansarla, quella cella, messa giusto in mezzo all’ingresso. Fa male osservarla, e stona con lo spirito di chi entra nel Forum. Ma l’obiettivo è proprio quello di scuotere le coscienze. Magari entri per il concerto dei Måneskin, le canzoni in testa, e succede che all’improvviso, anche solo per un secondo, i tuoi occhi finiscano lì, dentro quella prigione che soffoca l’entusiasmo. A qualcuno passa la voglia di divertirsi e quel secondo di imbarazzo è il senso del luogo. Sopra la cella le frasi di Mandela: “Se vuoi fare pace con un nemico, devi lavorare con quel nemico e quel nemico diventerà il tuo collaboratore”. E poi: “Se gli uomini imparano a odiare, possano imparare anche ad amare”.
E così Nelson Mandela rivive a Firenze, la sua memoria interroga le persone sui diritti umani, sul razzismo, sulle disuguaglianze. Il Forum (di proprietà del Comune) si chiama così dal 2004, da quando Massimo Gramigni - socio insieme a Claudio Bertini e Rosetta Buchetti dell’associazione Mandela Forum che gestisce lo spazio - ebbe un’illuminazione: “Mi venne in mente che il palasport potesse intitolarsi a Gino Bartali, però non era noto il suo impegno e allora pensai a Mandela, mi sembrava a quei tempi l’unica figura vivente di valore mondiale che potesse interpretare due valori indelebili dell’umanità: il colore della pelle non divide gli uomini, un uomo non può mai essere schiavo di un altro uomo”.
Ma c’erano complicazioni. “Scegliere di intitolare il palazzetto a Mandela significava rinunciare a tanti soldi di sponsorizzazione”. Erano gli anni in cui i palasport cambiavano nome. C’era stato il PalaTrussardi, poi il PalaLottomatica, il PalaAlgida e tanti altri. A Firenze arrivò una nota casa automobilistica giapponese, offrirono ai gestori 200mila euro all’anno per 12 anni. “Dicemmo di no”. Ma dal Giappone non si arresero, arrivò a Firenze l’ad: “Non si capacitava del rifiuto, venne nella sala riunioni e tirò fuori da una busta un assegno di 5 milioni”. Tornò a casa con quell’assegno ancora in tasca. E il palasport divenne Mandela Forum. Fu stipulato l’accordo con la Mandela Foundation, Gramigni volò a George, in Sudafrica. “Ero in fibrillazione all’idea di conoscere uno dei più grandi uomini di tutti i tempi. Ci abbracciammo. Mi disse di essere onorato che a Firenze un luogo portasse il suo nome, mi disse che la musica e lo sport avrebbero potuto salvarci”.
Migliaia di persone - E infatti è così. E Mandela vive, vive in queste mura dove ogni anno transitano quasi mezzo milione di persone. Non vedono soltanto la cella, tutto il palazzetto è diventato un inno ai diritti umani. C’è la mostra sui migranti del fotoreporter Massimo Sestini, varcando il secondo ingresso sbatti la faccia su volti neri con gli occhi rossi che ti guardano traumatizzati. E poi la mostra sui diritti umani, quella sulla Shoah. E quella sulla vita di Mandela. Che in fondo, passando da qui, è ancora vivo. E forse, come diceva lui prima di morire, non è morto, è soltanto andato a trovare i suoi antenati.










