di Matteo Lignelli
La Repubblica, 6 luglio 2024
Un volontario dell’associazione Pantagruel: “Mi aveva confidato che non ce la faceva più”. Era arrivato in Italia a 11 anni. “Nonostante tutto Fedi era un ragazzo allegro, un amante della vita. Lo abbiamo sentito giovedì (il giorno del suicidio, ndr) ed era tranquillo. Vogliamo sapere la verità su quel che è successo ma non ci fanno parlare con nessuno del carcere”. La madre del detenuto di 20 anni di origine tunisina che giovedì si è impiccato nella sua cella di Sollicciano è sconvolta. Parla soltanto arabo e francese, così si è fatta aiutare da un parente che conosce l’italiano e che ieri, per tutta la mattina, ha provato a farsi passare qualcuno dentro il carcere. All’ambasciata e ai legali hanno invece chiesto aiuto per riconoscere il corpo e riaverlo in Tunisia.
“L’ho conosciuto a 18 anni, era un ragazzo fragile anche se cercava di sembrare forte” dice Ivan Esposito, l’avvocato che lo seguiva e con cui si vedeva e parlava di frequente. “Non c’erano segnali che facessero pensare a un epilogo del genere. Era stato arrestato a Firenze il 4 luglio 2022 per una rapina (un telefono, ndr) dovuta alla condizione di tossicodipendenza. Due anni fa era in serie condizioni di difficoltà, ma all’interno del carcere ha poi seguito un percorso di disintossicazione, sostenuto anche dagli psicologi. Un percorso con alti e bassi, ma positivo”. A riprova di questo ci sarebbe il fatto che nella sua cella avevano portato un altro giovane detenuto, ben più in difficoltà, a cui avrebbe dovuto fare forza. Invece giovedì, una volta rimasto solo, ha ostruito la serratura e si è tolto la vita. Era il 4 luglio, la stessa data dell’arresto del 2022. “Una coincidenza che fa riflettere” ammette il suo legale.
Aveva due fratelli. Tra poco più di un anno sarebbe uscito: aveva scontato la pena per la rapina e ora stava espiando piccoli reati commessi da minorenne. Racconti da inserire nel contesto di profondo degrado e disagio di Sollicciano. Fonti vicine alle indagini ricostruiscono infatti una situazione complessa, e di frequenti episodi in cui Fedi aveva manifestato segni di malessere, legati sia alle condizioni del carcere che a una profonda sofferenza maturata nel tempo. Lo conferma l’ultimo volontario ad averlo visto, Leonardo, dell’associazione Pantagruel: “Mi ha detto di non farcela più ad andare avanti”.
In passato Fedi aveva chiesto il trasferimento, poi ha cambiato idea. Ad alcuni parlava della possibilità di andare in comunità. “Una promessa poco reale” secondo l’avvocato Esposito “perché non aveva il permesso di soggiorno”. Lo conosceva bene Fatima Ben Hijji, presidente dell’associazione Pantagruel che ieri a Sollicciano ha pregato per lui: “Ha sofferto moltissimo, adesso spero che la sofferenza sia finita. È arrivato in Italia a 11 anni dentro un camion di olio ed era già stato nel carcere minorile. A 18 anni e 5 mesi è entrato a Sollicciano e lì è morto”.











