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di Letizia Tassinari

ilcuoioindiretta.it, 8 luglio 2024

Poche ore prima del gesto estremo il giovane detenuto suicida aveva incontrato un ragazzo dell’associazione Pantagruel: “Occorrono misure alternative, non le sbarre”. Sollicciano come un inferno, quello descritto in questi giorni (anche dai sindacati della polizia penitenziaria) dopo il suicidio del giovane detenuto: con sporco, mancanza di acqua, poco cibo, sovraffollamento, celle piccole, di pochi metri quadrati, con letti a castello a tre posti, uno sopra l’altro. Lo sanno bene i volontari della Pantagruel, associazione per i diritti dei detenuti, che da anni, nel carcere fiorentino, con progetti, impegnano i ristretti.

“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato (come stabilisce l’articolo 27 della Costituzione Italiana). Quotidianamente - spiega Fatima Benhijji, attuale presidente della Pantagruel, dopo le dimissioni del professore Salvatore Tassinari - i nostri volontari constatano invece la negazione dei diritti umani e di cittadinanza: in carcere manca tutto, manca lo spazio minimo di sopravvivenza, che spesso ha determinato i richiami dell’Europa al nostro paese per il mancato rispetto della dignità umana, solo una minima parte dei detenuti lavora e solo una minima parte va a scuola. I nostri volontari, che hanno seguito un corso di formazione, instaurano con i detenuti e con le detenute un rapporto che va dagli aiuti materiali (soldi per telefonare a casa o per qualche piccola necessità), all’informazione sui loro diritti, e su possibili percorsi di reinserimento, all’ascolto della loro quotidiana sofferenza, dei loro sbagli, della loro volontà di riscatto, dei racconti di amori perduti e di amori che nascono. Hanno voglia di parlare, le donne e gli uomini dietro le sbarre”.

“Il giovane che si è tolto la vita - racconta Fatima alla nostra redazione - era arrivato dalla Tunisia che era ancora un bimbo, 11 anni, da solo, nascosto dentro un camion carico di olio. La fine pena era fissata per il 28 maggio del prossimo anno. Nemmeno 1 anno, e Fedi Ben Sassi avrebbe potuto ricominciare a vivere, cosa, che, fino ad ora, non aveva mai fatto”.

Un passato di tossicodipendenza, come tanti che si trovano da soli in un paese straniero, e finiscono allo sbando. Piccoli reati, quando era ancora minorenne, poi una rapina, di un cellulare, ed era finito dietro le sbarre il 4 luglio del 2022, due anni prima del 4 luglio scorso, quando si è tolto la vita. Per i reati commessi quando ancora non aveva 18 anni, e viveva per strada, era ancora a Sollicciano. Poche ore prima del gesto estremo il giovane detenuto aveva avuto un incontro con un volontario della Pantagruel, Leonardo. Non sembrava strano, ma quando è tornato in cella si è impiccato. Per disperazione? Non è da escludere, visto il racconto di come vivono, quotidianamente, i detenuti, tanto che il caso carceri, domani, sarà l’argomento di un consiglio regionale speciale.

“Occorrono misure alternative - conclude Fatima - strutture per accogliere questi ragazzi, e non carceri dove ci sono adulti con reati molto più gravi, dai quali “imparano” a delinquere, invece che redimersi. Le attività per i ristretti ci sono ma sono poche, e soprattutto i detenuti giovani passano giornate senza far niente: farli lavorare sarebbe molto importante. Noi volontari abbiamo un ottimo rapporto con gli agenti della Penitenziaria e il loro comandante, e l’area educativa. E questo è già un buon punto di partenza, ma di strada da fare ce n’è ancora tanta”: