di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 12 aprile 2025
Gli errori fatti e le speranze nelle lettere dei carcerati dall’inferno di Sollicciano. A Firenze la lettura del cappellano al termine della processione. “Vorrei tornare a fare passeggiate coi miei figli”. “Tutti questi anni di prigione mi hanno fatto capire l’immenso errore, quanta parte della mia vita avevo sciupato, quanto dolore avevo inferto”. Le lettere dei detenuti dall’inferno del carcere di Sollicciano a Firenze riecheggiano lungo la Via Crucis dei giovani. Parole dove i reclusi raccontano le loro sofferenze, i loro errori, le loro speranze. Tra loro c’è un signore siciliano.
La sua lettera inizia così: “Sono un detenuto ed ho scontato fino ad oggi oltre 30 anni di carcere per reati di mafia. Sono nato in Sicilia, una terra meravigliosa, che amo profondamente ma che purtroppo è stata ferita più volte anche a causa mia da questa maledetta mafia. Da giovane, a causa di cattive compagnie, senza voler per questo attenuare le mie responsabilità, ho creduto che la mafia fosse la speranza di una vita migliore. Ma man mano che crescevo mi rendevo conto che in realtà era tutto un bluff, una terribile falsità nella quale ero caduto e dalla quale era difficile uscire. La mafia professava valori di lealtà, onore, fede in Dio e nei santi, quando invece l’unico scopo, che passa sopra ogni cosa, anche alla vita umana, è quello che chiamano lo sterco del demonio: il denaro unito al potere”.
Lui aveva creduto in tutto questo, ma “l’unico risultato è stato sofferenza per me e per chi mi stava intorno”. Poi la lettera continua: “Dopo 12 anni di detenzione, anche al 41bis, ho deciso di collaborare con la giustizia, perché volevo dare un taglio definitivo a quella vita/non vita. È stato un passo molto difficile, sia perché diventavo ufficialmente un traditore, un infame per i miei vecchi compagni, sia per la paura di possibili ritorsioni verso la mia famiglia, ma troppo forte era diventata l’esperienza di chiudere con quel passato, prendere le distanze da quei non valori in cui avevo creduto fino a quel momento”.
Il detenuto si chiede cosa sia adesso la speranza. “La speranza per me, adesso, è vivere una vita normale: amare una donna senza aver paura di dormire a casa col rischio di essere ammazzato, amare i miei figli senza aver paura che possano essere vittime di ritorsioni, fare un lavoro onesto, avere degli amici e divertirmi con loro, fare delle passeggiate, fare tutto ciò che in questi anni non ho potuto fare”. Poi si rivolge ai giovani: “Mi piacerebbe, ora, poter parlare a tutti quei giovani che credono nella mafia come speranza. Vorrei dirgli: scappate, quello che state vivendo vi porterà solo in due direzioni: la morte o la prigione. Distruggerete la vostra vita e quella dei vostri familiari”.
La fede lo sostiene nei momenti di sconforto: “Credere in Dio mi aiuta nei tanti momenti di disperazione, la fede mi dà speranza che la vita che ho davanti possa essere diversa e fondata sull’amore invece che sull’odio”.
Ed è proprio la fede un filo rosso che lega le storie e le lettere di molti detenuti di Sollicciano. “Il Signore lo sento vicino quando vengono i volontari che destinano parte del loro tempo per ascoltare e starci vicino - racconta un altro recluso del penitenziario fiorentino - Lo troviamo nella messa, nel catechismo, nella preghiera. Anche le associazioni laiche ci fanno sentire il Signore vicino attraverso la loro vicinanza. E il Signore si fa compagno attraverso l’amicizia rafforzando la speranza di un domani migliore. Quando ci sono momenti bui spero e prego. Il Signore lo sento vicino tutti i giorni perché mi dà tranquillità, anche quando sono nervoso penso al Signore e mi rilasso”.
Ci sono lettere, scritte per la Via Crucis di venerdì 11 aprile che arrivano anche dalla sezione femminile del carcere. “Quando nella mia vita c’è un periodo in cui sto male - racconta una detenuta - il Signore trova il modo di farmi stare meglio. Ad esempio, io mi drogavo e in fondo il Signore ha trovato la strada di farmi smettere anche andando in carcere. Ho trovato anche l’amore”.











