di Matteo Lignelli
La Repubblica, 16 luglio 2024
Emergenza carcere di Sollicciano: “L’acqua calda è un diritto anche se non è un hotel”. La class action di Firenze. “Nel carcere fiorentino di Sollicciano i detenuti vivono in condizioni disumane ormai da anni. Un’altra cosa gravissima che è emersa è che i magistrati non fanno accertamenti”. Emilio Santoro è docente di Filosofia del diritto all’Università di Firenze e fondatore dell’associazione L’Altro Diritto, che solo negli ultimi sei mesi ha aiutato un centinaio di detenuti di Sollicciano a presentare reclami ex 35 bis e ter per richiedere il ripristino di condizioni dignitose e uno sconto della pena. Istanze che si sono intensificate dopo che a dicembre - proprio per il degrado del penitenziario - un 58enne sudamericano in carcere per omicidio aveva ricevuto uno “sconto” di 312 giorni.
“Quando abbiamo incontrato i cento detenuti da cui è partita la protesta, loro ci hanno subito parlato della totale assenza di acqua calda e di un’invasione di cimici, mostrandoci i segni dei morsi sulle braccia - racconta Santoro - Oltre a riscontrare la presenza di topi nelle celle, ne avevano catturato uno e lo allevavano in una bottiglia per denunciare quello che stavano vivendo. C’è un sovraffollamento tale che si rischia di compiere il reato di tortura”.
Anche Fedi, il ragazzo tunisino di 20 anni che si è tolto la vita impiccandosi a Sollicciano il 4 luglio, era tra i detenuti che avevano presentato un reclamo, confermando l’emergenza in cui versa quel carcere. A un 35enne tunisino che nella sua istanza chiedeva il “ripristino di un ambiente salubre” e “il funzionamento dell’acqua calda nelle docce e del riscaldamento” il magistrato di sorveglianza ha risposto a inizio luglio che l’acqua calda “non è un diritto essenziale del detenuto, ma una fornitura che si può pretendere solo nelle strutture alberghiere”. Parole che hanno prodotto indignazione. Ma il Garante nazionale dei detenuti, Maurizio D’Ettore, sta facendo chiarezza pure su un’altra ordinanza relativa a Sollicciano, un’istanza di liberazione anticipata respinta dallo stesso magistrato perché il detenuto aveva tentato di impiccarsi: un gesto considerato “incompatibile” con il presupposto della liberazione stessa, ovvero “la partecipazione all’opera riabilitativa”.
“Scrivere che avere l’acqua calda è una pretesa da hotel è una mancanza di rispetto per la dignità dei detenuti - denuncia Santoro - e alimenta un luogo comune. Anche perché nel caso in questione, quello era solo uno degli innumerevoli disagi. Ma ancora più grave è il fatto il magistrato non abbia verificato, limitandosi a scrivere nelle valutazioni di ritenere “più credibile” la versione fornita dal carcere: in questo modo si rende impossibile qualunque protesta”. L’ordinanza è stata impugnata dal detenuto.











