di Natalino Benacci
La Nazione, 18 ottobre 2025
È una storia terribile quella di Elena. Una storia di abbandono, sfruttamento e solitudine, fino al suicidio, a 26 anni, nel carcere di Sollicciano a Firenze. Originaria della Romania, aveva lasciato la sua famiglia a 14 anni. Una vita segnata dalla violenza e dalla detenzione. Elena era finita due volte in carcere: prima all’Istituto penale minorile di Pontremoli poi a Sollicciano. Quando è arrivata a Pontremoli, qualche anno fa, Elena non aveva nulla se non un grande bagaglio emotivo, affettivo, umano. La ricordano Mario Abrate, ex direttore dell’Istituto e le educatrici Manuela Ribolla e Alessia Leonardi.
La prima cosa che ha chiesto giunta all’istituto Penale per i Minorenni di Pontremoli è stata: “Davvero potrò farmi una doccia ogni giorno senza dare nulla in cambio?”. Famiglia inesistente, aveva dovuto subire i soprusi e gli abusi del patrigno. Appena adolescente era stata avviata al racket della prostituzione. Viveva a Firenze, qua e là, dove capitava. “Elena parlava poco l’italiano, non sapeva leggere, né scrivere - ricordano. Mostrava quasi con orgoglio le foto che la ritraevano di fronte a macchine di lusso o in note località balneari, insieme a uomini italiani molto più grandi di lei, a dire il vero, anziani, che la esibivano come un trofeo, come un oggetto da mostrare.
Ma Elena questo non lo capiva. Era come se il suo cervello, come meccanismo di difesa, avesse messo in stand by la capacità di giudizio e si fosse accontentata di capire il meno possibile di quello che la vita le stava riservando. A Pontremoli in Ipm Elena aveva trovato una sua dimensione. Aveva imparato a leggere e a scrivere. Era un po’ la mascotte dell’Istituto: rispettosa, educata, benvoluta da direttore, educatori, Polizia Penitenziaria e personale amministrativo. Aveva una dote: quella di saper comunicare attraverso i suoi occhi. E con la voce”.
Non mancavano mai le sue “esibizioni” nei momenti conviviali. “Cantava le canzoni di Èdith Piaf senza conoscere le reali parole del testo - raccontano -. Ma la sua voce arrivava dritta all’anima. Protagonista in diversi spettacoli teatrali diretti da Paolo Billi, Elena era riuscita anche ad ottenere una borsa lavoro, che le permetteva ogni giorno di uscire dall’Ipm e recarsi in una nota azienda produttrice di testaroli, dove ha lasciato un ottimo ricordo di sé. Fino al suo collocamento in comunità. Elena non ha retto. Si era allontanata. Da allora il silenzio, fino a qualche giorno fa, quando il suo volto ha fatto capolino su giornali e social”.
Il ricordo più dolce di lei? “Appena arrivata aveva conosciuto i brillantini colorati - raccontano. Non li aveva mai visti. Li metteva su tutto: sul suo viso, sulle lettere che ci scriveva, sugli oggetti. Aveva un cuore grande Elena, come i suoi occhi, come il desiderio di ricevere un po’ d’amore”. Al funerale nessun familiare. “Ciao Elena, scusaci per quello che siamo diventati. Grazie per l’esempio che ci hai donato. Grazie per la tua anima bella, pura, infinita” è il messaggio di Abrate, Ribolla e Leonardi.











