di Massimo Lensi*
Corriere Fiorentino, 9 luglio 2026
La vicenda di Sollicciano continua a essere raccontata soprattutto attraverso il sequestro di alcune sezioni, le polemiche politiche e il confronto tra magistratura, amministrazione penitenziaria e istituzioni locali. Tutti elementi reali, che meritano attenzione. Il rischio, però, è che il dibattito si fermi allo scontro tra articolazioni dello Stato, dimenticando il soggetto sul quale quello scontro produce gli effetti più pesanti: le persone detenute. In questo senso assume particolare rilievo la lettera che 26 presidenti di Tribunale di Sorveglianza hanno inviato al Presidente Mattarella, richiamando la grave carenza di personale, tale da compromettere l’effettiva tutela dei diritti costituzionali delle persone detenute. Dal punto di vista giuridico, la questione è più ampia del singolo provvedimento di sequestro.
Da anni l’ordinamento continua ad ampliare l’area della risposta penale attraverso nuovi reati, pene più severe e un ricorso sempre più intenso alla detenzione, senza che il sistema penitenziario sia stato adeguato sotto il profilo strutturale e organizzativo. È una distanza tra legislazione penale ed esecuzione della pena che oggi emerge con particolare evidenza proprio a Firenze. Da una parte vi è l’esigenza di garantire l’esecuzione della pena; dall’altra quella, altrettanto costituzionale, di assicurare che la pena venga eseguita nel rispetto della dignità della persona. Quando questi due obiettivi entrano in conflitto, significa che il sistema ha raggiunto un limite. In questo quadro si inseriscono anche gli interventi della politica locale, i sopralluoghi, le prese di posizione pubbliche e gli interessi che inevitabilmente accompagnano una vicenda destinata ad avere importanti ricadute urbanistiche ed economiche.
È un passaggio comprensibile, che rende ancora più complesso un contesto già segnato da tensioni istituzionali. Intanto, dentro il carcere, la quotidianità continua. Cibo di qualità scadente, lavoro penitenziario sempre più raro, celle degradate, caldo insopportabile, infestazioni di cimici, passeggi trasformati in forni di cemento. Una realtà che raramente trova spazio nel dibattito pubblico, eppure rappresenta il contenuto concreto della pena. Il punto, allora, non è stabilire quale istituzione abbia ragione nello scontro in atto.
Ma chiedersi se sia accettabile che le conseguenze del conflitto ricadano, di nuovo, su persone che dispongono di una capacità di tutela dei propri diritti già molto compressa. Lo spostamento di centinaia di detenuti, in un sistema regionale già gravato dal sovraffollamento, non è un semplice effetto organizzativo: è una decisione che incide sulla vita di individui che restano titolari di diritti fondamentali. Forse è proprio questo il dato che Sollicciano ci costringe a guardare: non solo il cattivo stato di un carcere, ma le contraddizioni di un intero sistema dell’esecuzione penale, chiamato a conciliare esigenze di sicurezza, limiti materiali e principi costituzionali senza riuscire, almeno oggi, a trovare un equilibrio coerente.
*Associazione Progetto Firenze










