di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 20 settembre 2026
Sollicciano prende vita sotto forma di parole. Le parole dei detenuti, scritte nel corso di scrittura in carcere, e che adesso escono fuori, lette nel frantoio della basilica di San Miniato, nel silenzio maestoso di chi, seduto lassù sopra il piazzale Michelangelo, sente arrivare l’urlo di chi invece sta dall’altra parte di Firenze, nelle celle di periferia. “Sono piccoli insetti ovali e piatti, un mix tra piattole e zecche, che si nutrono di sangue umano, che sia dolce, amaro, infetto o quant’altro”. Così Antonio, che scrivendo trova un senso all’incubo che vive. “Dal primo giorno in accoglienza, dove la parola stessa dovrebbe rasserenarti e accoglierti, tra sudicio, topi e piccioni che entrano in cella, cominci subito a immaginare come potrà essere”. Scrive ancora lui: “L’aria è finita, saliamo in sezione, percorro il corridoio dalle sembianze di un serpente in fondo alla cui coda si trova la nostra tomba”. E poi il cibo: “Se per miracolo è buono tutti lo vogliono, ma allora non basta e il portavitto si trova in difficoltà: litighiamo pure per un po’ di pasta”.
Antonio e tanti altri, detenuti scrittori grazie a Monica Sarsini che da anni tiene corsi di scrittura a Sollicciano. E che venerdì pomeriggio, insieme ad altri ospiti, ha portato la voce dei detenuti a San Miniato. C’è la voce di Zef, chiuso in celle sovraffollate ma che, guardando fuori, evade con l’immaginazione: “Attraverso le feritoie tra i pilastri entra il vento, mi carezza il viso e con lentezza trascina la mia mente”. Le celle, scrive Graziano, “sono strette come i corridoi e a nostra volta siamo aggrovigliati fra di noi cercando di scansarci”. Parole e scritti d’evasione, contenuti anche nel libro “Vie di uscita”, di Monica Sarsini ed edito dalla casa editrice “I libri di Mompracem”.
Parole che sgorgano da sole, come fossero di liberazione. Ecco Angelo: “Tu scrivi, scrivi e poi scrivi, finché a un certo punto, senza che tu quasi te ne accorga, quelle parole prendono vita (…). Quando scrivi, le tue parole rompono l’automatismo che ti spinge a rivolgerti sempre al solito te, e ti liberano”. E poi Issam: “Tutto è iniziato alla tenera età di 11 anni, quando da solo sono scappato dalla mia terra e dalla mia casa lasciando tutta la mia famiglia, il Marocco. Insieme a me, stipati dentro un camion di frutta e di verdura, c’erano moltissimi miei paesani (...). Durante la fuga mi sono rotto una gamba: non si direbbe che abbia avuto un bell’inizio la mia avventura verso l’Europa, la mia anima è rimasta in Marocco. Ero solo come un cane, anzi, ero come un randagio, senza fissa dimora. Ho conosciuto fin da subito la crudeltà della vita, mi ha mangiato la testa: un bambino non merita tutto questo”. E ancora Giuseppe, la difficile convivenza con gli altri detenuti: “Dopo un po’ ecco gli altri che ritornano dal campo ed è finita la pace: urla, musica a tutto volume, battibecchi. Tutto ciò in un corridoio che non supera i due metri”. “Quando ho visitato Sollicciano - ha detto l’abate di San Miniato Bernardo Gianni aprendo l’incontro - mi sono reso conto di quanto qualsiasi attenzione che rivolgiamo a quelle persone costituisca un contributo che restituisce alla parola “umanesimo” una pregnanza che, altrimenti, rischia di ridursi a una delle tante etichette che ci appiccichiamo addosso”.









