di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 16 ottobre 2025
Una vita tra furti e crack. Il saluto di chi ha cercato di aiutarla. Aveva 14 anni quando fuggì dalla sua famiglia in Romania. Ha vissuto nelle strade d’Europa, dall’Ungheria fino all’Italia. Poi una vita di stenti a Firenze, costretta a prostituirsi, schiava del crack sui marciapiedi nei dintorni della stazione. Finita due volte in carcere, prima al minorile di Pontremoli e poi a Sollicciano, dove lo scorso 7 settembre si è tolta la vita impicciandosi nella sua cella: il suicidio carcerario numero 60 nel 2025. A Sollicciano era arrivata dopo l’aggressione a Ezio, l’anziano di via Maso Finiguerra finito in coma.
Il suo corpo adesso riposa qui, dentro una bara bianca al cimitero di Trespiano, dove ieri mattina si è celebrato un funerale con sole otto persone. Si chiamava Elena Gurgu, aveva 26 anni. Pochi giorni fa, l’ambasciata avrebbe contattato la sua famiglia in Romania, ma nessuno ha voluto saperne. Eppure c’era qualcuno che le voleva bene. Sono le persone che adesso si stringono attorno al suo feretro, che pregano insieme a don Stefano Casamassima, cappellano di Sollicciano. Un breve rito funebre, quello di ieri mattina a Trespiano, in cui Casamassima si è rivolto a Elena dicendo: “Qui attorno a te ci sono alcune persone che hanno saputo vedere il tuo desiderio di vita e di felicità, adesso siamo qui per affidarti al Padre, che conosce da sempre la tua dignità”.
A 17 anni viene arrestata per estorsione, finisce in comunità ad Arezzo, poi al carcere minorile di Pontremoli. Qui incontra la sua prima avvocata, Chiara Bandini. Anche lei si commuove a Trespiano, gli occhi coperti dagli occhiali da sole, rose bianche e arancioni deposte sulla terra nuda. “Elena è stata sfruttata nella prostituzione - racconta - adescava gli uomini e li portava sotto i ponti dell’Arno. A volte andava alle Cascine. Era una ragazzina alla ricerca disperata di affetto. Aveva un figlio, che appena nato le è stato tolto e dato in adozione. Lei avrebbe voluto sapere dov’era, anche per questo soffriva. Al carcere di Pontremoli era diventata brava a fare i testaroli. Nel 2018 m’invitò a uno spettacolo teatrale in carcere, andai a vederla ed era felicissima”.
Il giorno prima di suicidarsi sembrava serena, ricordano le volontarie dell’associazione Pantagruel: “Forse aveva già deciso di togliersi la vita - dice Lucia, arrivata a Trespiano con una pianta di erica - alla sua compagna di cella aveva detto “come sei bella” e poi le aveva fatto la treccia ai capelli”. Sul muro della cella è stata trovata la scritta “Elena vi saluta”. A Trespiano ci sono anche l’avvocato Luca Maggiora. e Michele Brancale della Comunità di Sant’Egidio: “Era venuta alla messa in carcere”. Don Stefano, avvolto nel suo abito talare bianco, si fa il segno della croce davanti al feretro: “Questa ragazza parlava poco di sé, probabilmente la sua mente e il suo cuore si erano chiusi dopo tanta sofferenza. Per tutta la vita si è sentita rifiutata. Alla notizia del suo suicidio, le detenute e gli agenti di Sollicciano hanno pianto per lei”.











