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di Jacopo Storni

Corriere Fiorentino, 5 luglio 2025

L’uomo di 57 anni aveva problemi di salute Il cappellano Casamassima: il caldo un fattore. Un uomo di 57 anni, affetto da problemi psichiatrici e detenuto in una delle stanze di Sollicciano in cui non è presente neppure un ventilatore, è morto ieri nel carcere fiorentino a causa di un malore. Il cappellano Stefano Casamassima: “Lì fa davvero molto caldo, l’afa può aver influito”.

Era in piedi vicino alla finestra della sua cella, quando improvvisamente si è accasciato e ha perso i sensi. I sanitari si sono precipitati, hanno tentato il massaggio cardiaco, ma non hanno potuto impedire il decesso di un detenuto di 57 anni che si trovava da pochi giorni nell’area transito del carcere di Sollicciano, una delle zone più degradate del carcere, dove non ci sono ventilatori e dove le temperature delle celle sono piuttosto alte, soprattutto intorno all’ora di pranzo, proprio quando l’uomo, un austriaco, si è sentito male.

Ancora non chiare le cause del malore, forse un infarto, ma su questo verrà attivata probabilmente la procedura dell’autopsia. Il recluso aveva anche problematiche di tipo psichiatrico, certamente non facili da conciliare con il regime carcerario, soprattutto in un carcere difficile come quello di Sollicciano da sempre, oltretutto, vittima del freddo e del caldo. Dopo i due suicidi di gennaio e febbraio, è la terza persona che perde la vita all’interno del penitenziario dall’inizio dell’anno.

“È molto triste vedere morire una persona così, da solo nella sua cella” ha detto affranto il cappellano di Sollicciano don Stefano Casamassima, che poi ha parlato di come l’alta temperatura possa avere influito sul malore dell’uomo: “In quelle celle fa davvero molto caldo. Anche nelle postazioni degli agenti la situazione è difficile, specialmente dove non ci sono ventilatori. In quella cella, per esempio, non c’era nemmeno un ventilatore. Come succede anche fuori, con queste temperature estreme purtroppo si muore. Il caldo è sicuramente un fattore determinante. In questo caso, e in molti altri a Sollicciano, stiamo parlando di persone fragili, che avrebbero bisogno di stare in un posto adatto, in una struttura di cura mentale, non certo in quelle condizioni dentro una cella”.

“Era un malato psichiatrico che in quella cella non ci doveva stare - ha detto Fatima Benhijji, presidente dell’associazione Pantagruel - Avrebbe dovuto essere trasferito in una clinica psichiatrica visto il suo stato di salute perché aveva numerose criticità.

Nei giorni scorsi aveva rotto il termosifone, per terra c’era l’acqua che lui calpestava e di solito girava nudo nel reparto”. “Nemmeno un ventilatore era a sua disposizione per rendere meno dura la sopravvivenza - ha detto don Vincenzo Russo, responsabile carcere per la diocesi - La morte per lui è sopraggiunta in una situazione infernale, di soffocamento, non idonea per nessuno, a maggior ragione per chi presenta un quadro di compromissione fisica o psicologica. Ancora una volta le coscienze di tutti sono interpellate, perché non si attivano percorsi di cura adeguati, perché si costringono alla insostenibile vita della cella persone che presentano fragilità incompatibili con tale situazione. Perché l’amministrazione penitenziaria così come le aziende sanitarie non intervengono, non attuano quanto dovrebbero e si attende sempre, inesorabile, la drammatica conseguenza? Alla base di questa tragica morte non si può invocare la causa naturale e così tranquillizzare la coscienza”.

Difficile al momento collegare il decesso al caldo estremo, certo è, ha sottolineato l’agente penitenziario Eleuterio Grieco, segretario regionale Uil Pa, “bisogna iniziare a mettere un faro su Sollicciano attraverso la Procura, come sta avvenendo a Prato, per accertare le responsabilità delle tante mancanze. Se aspettiamo che l’amministrazione penitenziaria faccia le cose, resteremo delusi perché non le fa, nonostante i morti in cella”.