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di Massimo Lensi

Corriere Fiorentino, 19 gennaio 2025

Marco Carrai ha proposto di farsi promotore di una ricerca di fondi “per aiutare il Comune, lo Stato e l’amministrazione giudiziaria” con il fine di costruire un nuovo carcere a Firenze. Lo ha fatto qualche giorno fa in un commento, pubblicato dal quotidiano La Nazione, in cui si firma “imprenditore e manager”. La ragione è semplice, spiega Carrai: dacché chi ha avuto la fortuna di nascere in questa splendida città (Firenze, ndr) “non sa molte volte che esiste una struttura carceraria che non ha nulla di umano” e non si accorge “che quella scintilla riflesso di luce di quel Dio che ognuno porta dentro di sé lì viene spenta per sempre”.

Il riflesso per lui è automatico: un nuovo carcere (Sic!). Sarebbe fin troppo facile (e ingiusto) ironizzare sull’aulica prosa di Carrai, ma non posso non notare che il suo ragionare contiene una evidente aporia logica. Se la questione principale è l’umanità carceraria, sostenere la necessità di un nuovo carcere annulla automaticamente la premessa. È una strada senza uscita. Tra raccolta fondi, localizzazione, burocrazie varie e costruzione dell’edificio si potrebbero calcolare, anche a correre, circa venti anni da oggi per la realizzazione “eventuale” di un nuovo istituto penitenziario a Firenze. L’aporia di Carrai si risolve e dissolve all’interno di una semplice domanda: Carrai, e nel frattempo? Si accetta, quindi, la disumanità di quel carcere attendendo tempi migliori?

No, non è costruendo un nuovo carcere “modello” che si risolve il dramma attuale della disumanizzazione carceraria. Qualsiasi metodologia politica laica e non demagogica deve riconoscere in maniera esplicita, al momento stesso del suo porsi, la sua ontologica fallibilità. La disumanizzazione nei nostri penitenziari è un modello antico di concepire la funzione della pena. Un modello che possiede una moderna valenza culturale, che implica accettare l’ambiguità del mondo e dell’esistenza. Non è il cemento a fare la differenza tra ciò che è umano e ciò che non lo è. Il dispositivo del potere è in quello che il cemento contiene e chiude a doppia mandata. La concezione ancora fisica della pena eseguita attraverso la sofferenza del reo. La punizione legale maturata all’interno di un riconoscimento sociale.

Carrai sbaglia anche nel non dire che il carcere di Sollicciano andrebbe immediatamente chiuso. Non farlo addolcisce l’aporia: mantenere attuale la disumanità di Sollicciano in vista dell’umanità futura. Dirlo avrebbe contraddetto la teoria: la disumanità oggi è dunque il male minore. Carrai conclude il suo commento citando un concetto lapiriano. Bisogna “sollevare la nostra coscienza” e “dire che Firenze non è stata costruita invano a immagine della Gerusalemme celeste”. Carrai, la Gerusalemme celeste che immagini altro non è che una banale experience dell’industria turistica, con assaggini di lampredotto e ribollita compresi nel prezzo. Non spariamo banalità un tanto al chilo. L’argomento è serio: il carcere di Sollicciano va semplicemente chiuso, prima possibile.