sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Stefano Fabbri

Corriere Fiorentino, 10 giugno 2025

C’è davvero da chiedersi se possa ancora sorprendere anche l’ultimo episodio accaduto a Sollicciano, dove due detenuti hanno incendiato le suppellettili della loro cella causando anche l’intossicazione da fumo di un agente. Quella del carcere fiorentino è una situazione difficile per chi è recluso e per chi ci lavora, nonostante la dedizione e l’impegno di chi è stato chiamato a cercare di salvare il salvabile. In una situazione diversa dare fuoco a un materasso perché non si hanno sigarette - una delle poche “trasgressioni” possibili dentro al muro di cinta - potrebbe far inarcare il sopracciglio, configurare un’esagerazione, un pretesto. E forse è così, in un quadro in cui di esagerato e pretestuoso c’è soprattutto il modo in cui le parole vengono spese per annunciare e promettere, a vuoto. È trascorso poco più di un mese dalla visita del sottosegretario alla giustizia Andrea Delmastro, all’uscita dal carcere aveva parlato di 10 milioni per migliorarne la situazione strutturale, ma secondo il parlamentare Pd Federico Gianassi la cifra era curiosamente identica a quella annunciata un anno prima dall’altro sottosegretario, Andrea Ostellari. Delmastro aveva poi indicato nella fine di maggio il termine entro il quale ci sarebbe stato finalmente un direttore stabile del carcere. Non è per mettere fretta, ma abbiamo fatto in tempo a lasciarci alle spalle la ricorrenza del 2 giugno e ad archiviarne la prima decade senza che nulla sia accaduto.

Apparentemente nulla di gravissimo in un Paese ormai aduso agli annunci che restano tali e a promesse per le quali c’è sempre una spiegazione più o meno valida sul perché non siano state rispettate. Ma se si parla di carcere, cioè delle condizioni di vita di condannati e operatori, spesso accomunati da una sorte similmente grama, la faccenda non si può prendere con la stessa rassegnazione. Il rischio è che tutto appaia “risolvibile” solo attraverso una scorciatoia, cedendo alla tentazione di lasciare chiuse quelle porte e, anzi, immaginare di comprimere il disagio con la proibizione di manifestarlo. Prevedere, come nel decreto sicurezza, la punizione anche per forme di resistenza passiva, quale deterrenza è capace di esercitare in chi può trovare egualmente rischioso ma di maggiore efficacia dar fuoco a una cella? E, siccome una tentazione tira l’altra, tanto vale lasciare le cose come stanno: porte chiuse tra l’esterno e l’interno del carcere, dove tutto può accadere lontano dagli occhi, e quindi anche dal cuore, con tanti saluti alla Costituzione laddove si afferma che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Anzi: meglio ancora se si buttano via le chiavi. Mentre sarebbe proprio ora il momento di non farlo e di girarle invece nelle serrature arrugginite per aprire a soluzioni ragionevoli e credibili.