di Massimo Lensi
Corriere Fiorentino, 22 agosto 2024
Ho perso il conto di quante delegazioni sono andate in visita al carcere di Sollicciano negli ultimi due mesi. Un via vai continuo. Qualche giorno fa anche Matteo Renzi ha visitato il nostro istituto di pena, carcere ributtante della capitale della “bellezza” (ironico). Quando ero consigliere provinciale, l’allora giovane presidente della Provincia Renzi rispose al mio appello aderendo alla “doverosa e bella” richiesta di Marco Pannella. Renzi dichiarò che la battaglia per l’amnistia era “impegno morale, civile e sociale della comunità italiana”. Poi, da presidente del Consiglio, cambiò idea. Niente di male, si cambia idea nella vita. Figuriamoci, non sono certo un moralista o un censore delle idee altrui. Il senatore all’uscita del carcere ha, poi, così commentato: “Noi siamo qui per dire che è giusto che chi ha sbagliato paghi ma è anche allo stesso tempo giusto che lo Stato non sia fuori legge”. Dichiarazione irreprensibile.
Vorrei però far notare l’uso classico del verbo “pagare” nella penalità generale. Chi ha sbagliato paghi. È proprio questo il confine tra una penalità giustizialista e un’altra che guarda all’utilità della pena. Pagare non serve a niente. Chi ha sbagliato ripari. I cocci che rimangono, però, non sono suoi. Ci si potrebbe scommettere un euro bucato. A settembre, come ogni settembre, l’emergenza carcere tornerà in secondo o terzo piano, e le promesse da marinaio della politica ferragostana finiranno dritte nel cestino della spazzatura. Così è sempre stato, così sempre sarà. Tanto l’emergenza è permanente. A Sollicciano rimarrà soltanto l’eco delle tante polemiche. In primis, quella riguardante l’annoso dibattito: demolire o ristrutturare?
Non sarà fatto niente, e si continuerà a discutere all’infinito. La vera urgenza è nel modello dell’esecuzione di pena. Il carcere. Il castigo. È il concetto di punizione di Stato ad avere necessità di una seria riforma. Del resto, il diritto penitenziario non è parte del diritto penale. Si integrano a vicenda, certo, ma le due gambe camminano felicemente separate e così non può essere altrimenti. Rispondono, infatti, a due esigenze diverse della società: la sicurezza e la punizione. Si collegano teleologicamente soltanto nella finalizzazione della quantità: più reati, più reclusi. Meglio se “marginali”.
Pratica ora dominante. Lo Stato, rispetto ai singoli individui, realizza un sistema organizzato di norme costituenti il diritto positivo. L’elemento coattivo dovrebbe essere dunque posto al centro di un’adeguata riflessione del sistema di garanzie individuali in cui è il rispetto della legge, l’elemento di coesione sociale dell’ordinamento chiamato Stato. La chiave di lettura è la personalità giuridica. Il rischio, altrimenti, è girare a vuoto.
Eppure la Corte Costituzionale ha affermato in una famosa sentenza (26/1999) il principio della minima sofferenza necessaria sul quale occorrerebbe porre maggiore attenzione. Esiste cioè un ampio nucleo insopprimibile di diritti della persona che non devono venire meno neanche con la carcerazione. La punizione di Stato ruota attorno, e ormai nega, questo principio. Riparare, dunque, non “pagare”.










