di David Allegranti
La Nazione, 10 gennaio 2021
Dobbiamo combattere quella logica insinuante e comoda per cui alla fine in carcere la violenza ci vuole e i detenuti alla fine, diciamocelo, se la sono cercata. A Sollicciano, nove agenti di polizia penitenziaria sono accusati di aver torturato due detenuti. Il primo, straniero, è finito all'ospedale con due costole fratturate, il secondo, italiano, con un timpano perforato.
Non è purtroppo la prima volta che accade. A novembre, cinque agenti di polizia penitenziaria del carcere di San Gimignano sono stati rinviati a giudizio per i reati di tortura, lesioni aggravate, falsi ideologici, minacce aggravate e abuso di potere. Altri 10 sono attualmente in fase di udienza preliminare. È la prima volta che dei pubblici ufficiali vanno a processo per reati simili. Adesso vediamo come proseguiranno le indagini sulla vicenda di Sollicciano, che ci consegna un inquietante ma purtroppo non sorprendente spaccato della vita in carcere.
L'emergenza sanitaria ha reso più fragile il già precario controllo sugli apparati detentivi. "Il caso di Sollicciano - mi dice Sofia Ciuffoletti, direttrice dell'Altro diritto e garante delle persone private della libertà a San Gimignano - si aggiunge a una lista di procedimenti per tortura che, a partire da San Gimignano, dove i detenuti hanno avuto il coraggio di denunciare il primo caso di tortura di stato in Italia, stanno coinvolgendo istituti penitenziari in tutta Italia, da Torino, a Milano. Da Pavia a Santa Maria Capua Vetere. Da Monza a Palermo e Melfi. Abbiamo finalmente nominato l'innominabile".
Si tratta, aggiunge Ciuffoletti, "dell'ingresso dello stato di diritto in carcere. Non per le condanne (aspettiamo le sentenze definitive che potranno essere anche di assoluzione), ma per il diritto a un'indagine seria e completa (in questo senso è davvero rilevante che le indagini siano svolte dal Nic, il nucleo investigativo della polizia penitenziaria, valga questo ogniqualvolta si parla di strumentalità delle indagini), per il diritto dei detenuti a essere ascoltati e presi sul serio e infine per combattere quella logica insinuante e comoda per cui, alla fin fine in carcere "la violenza ci vuole" e i detenuti, alla fine, diciamocelo, "se la sono cercata".
Insomma, essere garantisti, dunque anche nei confronti degli agenti di Polizia penitenziaria, non significa non capire i fatti. Le immagini delle telecamere di sorveglianza e le intercettazioni ambientali ("Gli hanno dato delle mazzate talmente forti che gli hanno rotto due costole", ha detto un agente a proposito delle violenze contro il detenuto straniero) sono già molto eloquenti. Una società che voglia dirsi civile non può non monitorare costantemente quello che accade nelle nostre carceri, sovraffollate e a rischio sanitario elevato.
Si pensa che le carceri siano un luogo in cui tenere appartate e nascoste e celate allo sguardo le nostre vergogne. Il che lascia una incredibile discrezionalità a chi poi il carcere lo deve dirigere e sorvegliare. Anche un gaglioffo ha diritto a non essere pestato in carcere e a non infettarsi con il coronavirus (o altro).










