di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 18 giugno 2026
“Ma i penitenziari scelti sono già al collasso”. Gli altri, oltre 150, finiranno quasi certamente fuori Toscana Uno dei detenuti che ha fatto ricorso: “Trattati come animali”. Saranno trasferiti entro una decina di giorni i primi 66 dei circa 230 detenuti che dovranno essere spostati da Sollicciano dopo che il gip ha messo sotto sequestro sette sezioni del carcere fiorentino per le condizioni di degrado. Un trasferimento che si preannuncia complicatissimo non soltanto per l’alto numero dei reclusi, ma soprattutto per il sovraffollamento in cui già versano gli istituti di destinazione, che per i primi 66 ad oggi risultano essere Gozzini, Prato, Massa Marittima, Porto Azzurro, Siena, Massa, Volterra, Pisa.
“Sarà un tetris drammatico - dice Eleuterio Grieco, segretario regionale della Uil fp Polizia penitenziaria - Alcuni di questi istituti sono già al collasso: Porto Azzurro ha quasi 200 detenuti su una capienza di 130; Prato ne ha oltre 700 su una capienza di 450”. Un trasferimento imminente che non viene digerito da alcuni direttori dei penitenziari toscani, già alle prese con criticità e problemi di sovraffollamento. Per i detenuti rimanenti, due terzi, si profila all’orizzonte la dislocazione in istituti fuori della Toscana entro agosto.
Un vero e proprio terremoto quello che ha investito Sollicciano nelle ultime ore, partito all’indomani dei ricorsi alla Procura di numerosi detenuti per le condizioni inumane degli spazi. Abbiamo parlato con uno di loro, tunisino di 36 anni, che accoglie la notizia quasi come una rivincita. “Ho fatto ricorso con l’aiuto dell’associazione Altrodiritto perché nel carcere di Sollicciano soffrivo troppo. È vero, abbiamo sbagliato, ma non possiamo essere trattati come animali. Forse sarebbe stato meglio se il sequestro fosse arrivato qualche anno prima, si sarebbe evitata tanta sofferenza. Anche perché il carcere così com’è non è rieducativo, quando esci sei più arrabbiato di prima”. Questo detenuto è stato nel carcere fiorentino per 15 mesi. Racconta che la cosa più drammatica sono state le cimici. “La notte era difficile dormire, gli insetti riempivano il materasso e ti pungevano, ti tenevano sveglio e sulla pelle restavano i segni dei piccoli morsi. Ogni sera, prima di addormentarci, prendevamo gli psicofarmaci, così ci tenevano più tranquilli. Ne ho usati tanti in carcere e continuo ad usarli ancora”. E poi l’acqua che inzuppa il pavimento a ogni temporale. “Si allagava la cella e restavamo a letto per non bagnarci. C’era acqua anche nelle scale”. Ancora l’acqua, ma quella calda che manca.
“In inverno la doccia è spesso fredda, se sei fortunato viene qualche volta calda, ma non sempre. Nel lavandino della cella invece l’acqua calda non c’è mai”. Una volta, proprio perché impossibilitato a farsi una doccia come si deve, si è alzato la mattina su di giri e si è autoinflitto dei tagli sul piede con la lametta. “Ero stanco, avevo diritto a una doccia”. Non certo il solo, dentro Sollicciano, dove sono centinaia gli atti di autolesionismo ogni anno. “Ho visto altri detenuti che si sono tagliati e ne ho visti due morire con una corda al collo vicino alla mia cella”. Non dimentica neppure quel colore verde, “quello della muffa alle pareti, che provoca umidità e fa ammalare molti reclusi, anche io mi sono ammalato in carcere”.
E poi il caldo torrido d’estate, ormai una costante da anni: “In estate si soffre, non c’è quasi aria per respirare, soltanto un ventilatore per tre persone in una cella e col caldo arrivano le cimici”. Adesso, che ha finito di scontare la sua pena di quasi tre anni, vive alla struttura del Samaritano della Caritas: “Il mio sogno è diventare una persona migliore, tornare a vivere in Tunisia per riabbracciare i miei genitori e i miei fratelli”. “Non è una sorpresa la condizione di Sollicciano - le parole del procuratore generale Ettore Squillace Greco - l’allarme era stato già lanciato un anno e mezzo fa all’inaugurazione dell’anno giudiziario. Il problema è che i tempi dell’intervento programmato non sono coincidenti con le urgenze che c’erano in quel carcere”. “Servono indulto, amnistia e liberazione anticipata”, la proposta del presidente dell’Ordine degli avvocati Sergio Paparo.










