di David Allegranti
Corriere Fiorentino, 11 ottobre 2020
Il carcere, con l'emergenza sanitaria, è diventato ancora più impermeabile, celato agli occhi della società dei liberi. Il rischio contagio ha ridotto di parecchio le interazioni con l'esterno, creando non pochi disagi ai detenuti, che hanno difficoltà a incontrare i famigliari e le associazioni che difendono i loro diritti (come "L'Altro diritto" diretta da Sofia Ciuffoletti). Solo da poco queste associazioni hanno ricominciato a frequentare Sollicciano, una delle carceri più grandi d'Italia e il più grande della Toscana.
Mantenere una vigilanza attiva sulle condizioni dei detenuti, in un momento complesso come questo, è ciò che dovrebbe fare tutta la politica, ma purtroppo non avviene. Nei giorni scorsi hanno chiesto di poter visitare Sollicciano Il consigliere comunale di Firenze, Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto Comune), e il presidente dell'Associazione Progetto Firenze, Massimo Lensi.
Al 30 settembre, nel carcere fiorentino c'erano 726 persone detenute.
La capienza regolamentare dovrebbe essere di 491 unità letto. "L'istituto è una piccola città e come tale va considerato, con le persone ristrette, gli educatori e le educatrici, il personale lavorativo", dicono Palagi e Lensi. "Il diritto alla salute e le necessarie protezioni al contagio devono valere all'esterno come all'interno, senza pregiudicare i già deboli diritti dei ristretti e i loro percorsi rieducativi.
Il carcere è a tutti gli effetti parte della città, e come tale noi lo consideriamo. Per questa ragione, invitiamo il garante dei detenuti del Comune di Firenze e quello della Regione Toscana ad accompagnarci nella visita". L'emergenza virus, infatti, "ci deve far assumere precise responsabilità nei confronti della collettività civica, anche al fine di sconfiggere la deleteria logica dei luoghi separati, tipica delle istituzioni totali".
I due politici hanno ragione e sarebbe prezioso se questa richiesta venisse condivisa anche dagli altri partiti. "Il carcere ha un peccato originale", ci dice la filosofa del diritto Sofia Ciuffoletti, che fra le altre cose è anche garante dei detenuti al carcere di San Gimignano. "Le norme penitenziarie europee, appena riviste, dicono che ci deve essere la massima conformità tra l'esterno e l'interno, ma in questo modo il carcere rincorre come Tantalo il mito dell'esterno, senza mai arrivare a raggiungerlo. In tempi di lockdown, l'esterno è ancora più irraggiungibile".
Eppure, aggiunge Ciuffoletti, "i contatti con l'esterno, così come il mantenimento dei legami affettivi e sociali sono parte integrante del trattamento rieducativo. Già prima del lockdown il diritto al trattamento era gravemente compromesso, adesso la situazione è in caduta libera, d'altra parte il carcere si trova più a suo agio con il lockdown: la chiusura è il suo stato naturale. Consente al carcere di essere meno permeabile dall'esterno. Proprio in questi mesi di chiusura, infatti, si sono innestate delle prassi problematiche, tipiche dell'istituzione "totale" come direbbe Goffman, e che sarà difficile eradicare".
Come l'abuso dei colloqui via Skype, spiega Ciuffoletti: "La tecnologia, va detto, è intervenuta a "colmare" il vuoto affettivo e grazie a Skype le detenute e i detenuti possono fare i colloqui con familiari e terze persone. La pandemia ha reso possibile quello che noi non siamo riusciti a fare per decenni, nonostante le nostre richieste di poter consentire l'uso di questi strumenti.
Ci sono state molte difficoltà in passato sulla possibilità di fare colloqui via Skype con persone che hanno parenti che abitano lontano. Bisognerà stare attenti, però, che questa situazione non diventi una prassi e che non sostituisca il colloquio visivo, che è un'esperienza molto importante e diversa rispetto a una conversazione Skype". Per questo è sacrosanto che politica e associazioni possano entrare in carcere. Per renderlo meno impermeabile.










