di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 luglio 2026
La cella utilizzata come luogo di lavoro: il gip non ha usato l’ordinamento penitenziario, ma il Testo unico su salute e sicurezza sul lavoro. Il giudice per le indagini preliminari di Firenze ha disposto il sequestro preventivo di sette sezioni del carcere di Sollicciano. La notizia è nota da settimane e ha fatto il giro dei giornali attraverso il comunicato della Procura. Quello che finora è mancato è l’approfondimento. Il Dubbio ha potuto visionare l’intero decreto, firmato il 28 maggio dal giudice Alessandro Moneti su richiesta del pubblico ministero depositata il 10 aprile, e la lettura dell’atto restituisce una fotografia che può riguardare la maggioranza dei nostri penitenziari.
Le sezioni colpite sono la 1, la 2 e la 7 del reparto giudiziario maschile, la 9, la 10 e la 12 del reparto penale maschile, oltre alla sezione Accoglienza, che ha ospitato anche i detenuti del circuito della salute mentale. Per ciascuna il decreto fissa un termine di trasferimento dei reclusi verso altri istituti indicati dal Dap: quindici giorni per la sezione 1 e per la 9, trenta per la 2 e per la 10, quarantacinque per la 7, sessanta per la 12 e per l’Accoglienza.
Il meccanismo giuridico è la parte più interessante. Il giudice non ha usato l’ordinamento penitenziario, ma il Testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro, il decreto legislativo 81 del 2008. Le celle, spiega l’atto, sono luoghi in cui lavorano poliziotti, medici, infermieri, volontari e dipendenti di ditte esterne, e dove dormono anche i detenuti impiegati come lavoratori. Diventano così luoghi di lavoro a tutti gli effetti, e come tali devono rispettare i requisiti di igiene, di abitabilità e di sicurezza degli impianti. Le contestazioni riguardano l’articolo 64 in combinato con l’articolo 63, sulla pulizia dei locali, sull’abitabilità dei dormitori con gli stessi requisiti previsti per le case di abitazione e sulla pulizia dei bagni, e l’articolo 80 sul rischio elettrico. Il datore di lavoro, al momento, è ancora da individuare: il fascicolo è contro ignoti.
Cosa hanno trovato negli accertamenti - Il quadro descritto nell’atto arriva da tre decreti di ispezione, dai sopralluoghi dell’Asl e dai controlli della polizia penitenziaria tra il luglio 2025 e il febbraio 2026. Nel reparto giudiziario, composto da otto sezioni da diciannove celle ciascuna, la sezione 7 aveva nove celle su diciannove dichiarate inagibili, con tracce di un incendio anche nel corridoio. La sezione 6 era stata chiusa per intero dopo una rivolta dei detenuti del 2024, la 4 era interamente inagibile e affidata ai lavori degli stessi reclusi. Nel reparto penale la situazione era peggiore. Nella sezione 9 erano agibili solo sette celle su diciotto, le altre undici chiuse per infiltrazioni e allagamenti, con piccioni che avevano fatto il nido sui terrazzini. Nella sezione 10 restavano agibili tredici celle su diciannove.
All’epoca della prima ispezione, nel luglio 2025, l’istituto ospitava 549 detenuti a fronte di una capienza massima di 497. Nei locali doccia comuni, in più sezioni, funzionavano due o tre docce su quattro. Il reparto per la salute mentale, l’Atsm, era stato dichiarato del tutto inagibile per danni strutturali e allagamenti, e i suoi detenuti erano stati spostati proprio nella sezione Accoglienza, oggi anch’essa finita sotto sequestro.
Il decreto raccoglie anche le fotografie degli accertamenti: la mano di un detenuto della sezione 12 morsa dalle cimici, le zecche trovate dietro un quadretto appeso alla parete di una cella, il cibo dei reclusi conservato in due freezer in fondo al corridoio dentro sacchetti della nettezza urbana. La polizia municipale, delegata dalla Procura, ha confermato con un’annotazione del gennaio 2026 i casi di scabbia e le infestazioni da cimici, raccogliendo le dichiarazioni del dermatologo, della psichiatra e del personale sanitario dell’istituto. Le disinfestazioni, viene spiegato, vengono fatte cella per cella e non per intere sezioni, senza le operazioni di bonifica che ne garantirebbero l’esito.
Sul fronte elettrico i tecnici hanno rilevato scatole di derivazione prive di coperchio e quadri di rilevazione con i cavi a vista, soprattutto nel reparto giudiziario. Nel documento si dà atto che la mancanza dei coperchi potrebbe dipendere anche da atti dei detenuti, e che la tensione più bassa presente in cella è una tensione di sicurezza. Resta il capo di imputazione sul rischio elettrico, riferito alle prese a 230 volt che alimentano le televisioni. C’è poi il dato sul sovraffollamento, che il decreto ricostruisce con precisione. La capienza regolamentare fissata nel 1975 sarebbe di 502 posti in 358 camere, ma 97 camere sono inagibili, il che porta la capienza reale a 366 posti. A fronte di questo, i detenuti presenti al marzo 2026 erano 581, con un affollamento del 160 per cento. Tra il 2023 e i primi mesi del 2026 il decreto conta sette suicidi e quasi duecento tentativi. Su questo il giudice è prudente e concorda con il pubblico ministero: quei numeri non si possono legare in modo esclusivo alle condizioni delle celle, ma restano un segnale di cui è impossibile non tenere conto.
Promesse, fondi e la risposta di Nordio - La parte finale dell’atto ricostruisce anni di lavori annunciati e mai finiti. La gara per il rifacimento delle facciate e delle coperture risale al 2017. I lavori, affidati alla Polistrade, sono stati eseguiti solo in parte e riguardano il solo padiglione femminile, dove peraltro non è stata prevista alcuna impermeabilizzazione. Dall’ottobre 2023 tutto è fermo, e a fine febbraio 2026 il Dap aspettava ancora un parere dell’Avvocatura dello Stato. Nel dicembre 2025 il dipartimento ha avviato una nuova gara per l’adeguamento dei padiglioni maschili, da 9,6 milioni, ma i tempi stimati per arrivare alla fine dei lavori erano di circa cinquantacinque mesi. Lo stesso Tribunale di Sorveglianza, che aveva già ordinato gli interventi con un’ordinanza del maggio 2025, aveva scritto che per eseguirli servivano almeno quattro anni, tanto da rendere inutile persino la nomina di un commissario.
Prima ancora del sequestro, quel Tribunale aveva sollevato davanti alla Corte costituzionale la questione di legittimità sulla possibilità di differire la pena per chi vive in queste condizioni. Al centro c’era il caso di un detenuto marocchino, in cella dal 2020 in uno spazio inferiore ai sei metri quadri netti diviso in due, tra muffa, acqua calda assente e presenza “diffusa” di topi e cimici. La Consulta si pronuncerà a settembre.
Sul sequestro il ministro Carlo Nordio ha risposto al Senato a un atto di sindacato ispettivo. La risposta è stata asciutta: “l’amministrazione sta acquisendo gli atti procedimentali e si riserva di valutare eventuali impugnazioni”. Ha aggiunto che si tratta di una situazione sedimentata “non negli anni ma nei decenni”, e che il piano carceri porterà a ridurre o svuotare Sollicciano “probabilmente entro la fine dell’anno”. In commissione giustizia il sottosegretario Alfredo Mantovano ha spiegato che il ministro si augura un miglioramento, ma che la situazione non trarrebbe giovamento da altri sequestri giudiziari di strutture penitenziarie. Nelle ultime righe il giudice spiega perché non si poteva più attendere. Ogni giorno che passa, scrive, espone il personale della polizia penitenziaria e gli stessi detenuti a una situazione di insalubrità e di pericolo per la propria incolumità. È questo pericolo, che cresce a ogni giorno di attesa, ad aver fatto scattare i sigilli, dopo anni di reclami e di ordinanze rimasti senza risposta.










