di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 20 settembre 2026
Il detenuto 37enne aveva già tentato di togliersi la vita e chiesto aiuto, la famiglia denuncia le condizioni del carcere. È stato un suicidio e non una morte naturale. A cinque mesi dal decesso di Alexandru Both nella sua cella a Sollicciano, viene appurata la verità sulle cause. È dunque il secondo suicidio del 2026 nel penitenziario fiorentino, dopo quello di un ragazzo di 29 anni a gennaio. L’uomo, rumeno di 37 anni arrivato in Italia quando era bambino, ha inalato gas dalla bomboletta della sua cella, mischiandolo a una serie di farmaci: non soltanto quelli che aveva in dotazione, ma anche altri farmaci arrivati da chissà dove. Quando gli agenti penitenziari sono arrivati per soccorrerlo, era ormai troppo tardi e non c’è stato più niente da fare. E adesso che le cause del decesso sono state accertate, i familiari del ragazzo sono ancora più sotto choc. La madre, tornata in Romania durante il Covid, è convinta che suo figlio “avrebbe potuto essere salvato se fosse stato attenzionato maggiormente dal personale del carcere”. E poi quel mix di farmaci, alcuni non in dotazione, che non sarebbero dovuti arrivare a lui.
Il fratello Andrei, che vive e lavora in Toscana sin da quando era bambino, racconta gli ultimi mesi del fratello detenuto: “Si lamentava continuamente con mia madre durante le poche video chiamate che riusciva a fare dal carcere. Diceva che Sollicciano era invivibile, freddissimo d’inverno e caldissimo d’estate. Raccontava degli scarafaggi nelle celle. Del disagio quotidiano che viveva. Aveva già tentato due volte il suicidio e raccontava a mia madre che prima o poi ci avrebbe riprovato. Aveva chiesto aiuto al personale medico ma gli fu detto che c’era grande richiesta e che avrebbe dovuto attendere. Era arrivato al limite e quindi ha deciso di togliersi la vita”.
Una storia tormentata, quella di Alexandru, arrestato per alcune rapine. È stata soprattutto la droga a portarlo sulla cattiva strada. “Quando assumeva sostanze stupefacenti, diventava un’altra persona”, ricorda tristemente Andrei, che ha condotto una vita opposta a quella del fratello. Alexandru infatti, arrivato in Italia quando aveva dieci anni, ha iniziato a frequentare compagnie sbagliate sin dall’adolescenza che l’hanno spinto a usare sostanze. “Ha condotto una vita difficile, ricordo che in casa arrivavano spesso i carabinieri”.
Secondo i familiari, le condizioni delle carceri toscane hanno influito sulla fine che ha fatto Alexandru. “Sono veramente pessime - ha detto Andrei - Quando era rinchiuso nel penitenziario di Pisa ci ha detto che c’erano le docce intasate e che era costretto a fare la doccia calpestando l’acqua insaponata di altri detenuti; su Sollicciano ci disse una volta di aver mangiato cibo scaduto che puzzava. Nelle carceri in cui mio fratello ha vissuto, ma non soltanto in quelle purtroppo, non si può rieducare perché nessun recluso viene seguito come dovrebbe, a nessuno interessano i detenuti, il carcere in questo modo è soltanto punitivo, zero recupero, zero rieducazione, zero lavoro, i detenuti sono soltanto dei numeri che non contano nulla”. Un fenomeno, quello dei suicidi in carcere, che interessa tanti penitenziari italiani. Nel 2025 si sono registrati complessivamente 76 suicidi. A Sollicciano i suicidi sono stati 4, mentre sono stati 50 i tentativi di suicidio sventati e 640 gli episodi di autolesionismo.









