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di Andrea Guida

firenzetoday.it, 27 dicembre 2025

Mentre Firenze si accende di luci e messaggi di solidarietà, il carcere di Sollicciano resta ai margini, come un mondo a parte. A denunciarlo è l’associazione Pantagruel, da anni impegnata all’interno della casa circondariale, che in occasione delle festività natalizie torna a puntare l’attenzione sulle condizioni di vita e di lavoro dentro il penitenziario. “Il Natale rende ancora più evidente il contrasto tra la città e il carcere - spiegano Simone Cecconi, responsabile di Pantagruel. Fuori si parla di comunità, famiglia, attenzione agli ultimi, mentre dentro restano isolamento, silenzio e problemi quotidiani irrisolti. Sollicciano sembra non appartenere al racconto del Natale, come se non facesse parte della città”.

Pantagruel è presente a Sollicciano con i propri volontari quasi ogni giorno. “Entriamo in carcere dal lunedì al sabato - racconta Cecconi -. Ogni giorno tre o quattro volontari parlano con le persone detenute, offrendo un sostegno psicologico ma anche pratico: dal contatto con le famiglie, spesso lontane, all’aiuto per la burocrazia, che in carcere è estremamente faticosa”. 

Un impegno che passa anche dai bisogni più elementari. “Distribuiamo vestiti e materiale per l’igiene personale, soprattutto alle persone indigenti. Raccogliamo gli indumenti attraverso parrocchie e donazioni, forniamo occhiali e, in alcuni casi, piccoli contributi economici per ricaricare le schede telefoniche e permettere di chiamare i numeri consentiti. Per chi è detenuto, poter parlare con qualcuno che ascolta fa davvero la differenza”.

Tra i temi più urgenti, Pantagruel punta l’attenzione sulle difficoltà strutturali del carcere. “Ci sono problemi concreti che potrebbero essere risolti anche in tempi brevi - spiega Cecconi - come gli ascensori, che per un periodo non funzionavano, o il bancomat di Poste Italiane all’interno del carcere. Poi ci sono criticità più gravi: quando piove, a Sollicciano piove anche dentro, nelle sezioni e nel nostro magazzino dove teniamo i vestiti”. Una realtà complessa che riguarda una vera e propria “città nella città”. “A Sollicciano vivono circa 550 persone detenute e lavorano ogni giorno tra le 400 e le 500 persone tra personale, sanitari e polizia penitenziaria. È una comunità di circa mille persone che ogni giorno cerca di vivere, anzi noi diciamo spesso di sopravvivere”.

Altro tema importante quanto delicato, è quello della dignità dei detenuti, messa a dura prova non solo dalle condizioni del carcere ma anche dal sistema penitenziario italiano. “La parola chiave per il 2026 dovrebbe essere questa: dignità per chi è detenuto e per chi lavora in carcere. Le carenze di personale sono evidenti, soprattutto nell’area trattamentale. Mi capita di incontrare ragazzi giovanissimi, anche di 18 o 19 anni, che svolgono un lavoro difficilissimo senza avere sempre tutti gli strumenti necessari. Il carcere è una realtà complessa, che in pochi capiscono”. 

In questo contesto, l’associazione guarda con favore al gesto dell’arcivescovo di Firenze, monsignor Gherardo Gambelli, che ha scelto di celebrare la messa di Natale proprio a Sollicciano. “È un segnale importante e tutt’altro che scontato - sottolineano Cecconi. Rompe simbolicamente l’isolamento del carcere e richiama la città a non voltarsi dall’altra parte”.

“Il rapporto tra dentro e fuori è fondamentale - conclude Cecconi -. Il carcere viene spesso pensato come il luogo dove rinchiudere ciò che non vogliamo vedere. Ma la sicurezza delle nostre città passa dal recupero delle persone detenute, dall’area trattamentale, dal dialogo. Se una persona passa la detenzione senza fare nulla, quando esce torna fragile e invisibile. E questo non rende la società più sicura”.