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di Massimo Lensi

 

Corriere Fiorentino, 6 luglio 2019

 

Le vampate di caldo africano di questi giorni hanno portato di nuovo l'attenzione sul carcere di Sollicciano. Il neo presidente del Consiglio comunale fiorentino ha simbolicamente iniziato il suo mandato proprio da lì, mentre il garante regionale dei detenuti ha avviato un digiuno per assicurare, finalmente, l'avvio della seconda cucina interna. Due esempi che sono solo la punta di un lodevole tessuto connettivo sociale e politico che sotto l'effetto dell'emergenza caldo riesce a far parlare dell'"emergenza Sollicciano" sui mezzi di informazione.

Il caldo afoso e opprimente fa anche scherzi utili. Sappiamo, poi, che il direttore del carcere ha ripristinato eccezionalmente le aperture delle celle e il libero movimento nelle sezioni del penitenziario. Una decisione giunta a seguito della protesta pacifica del popolo ristretto, che ha deciso di far capire all'universo mondo, o almeno agli addetti ai lavori, che se è legittimo parlare di rieducazione del condannato, quando si è ristretti in celle sovraffollate e a 40 gradi, senza poter avere una bottiglia di acqua fresca per via dei guasti ai frigoriferi, l'esecuzione della pena sfuma in una forma intollerabile di tortura "civile".

Il detenuto, conviene ricordarlo, è una persona consegnata nelle mani dello Stato che si assume la responsabilità della sua integrità fisica e su di lui veglia. I simboli in una città sono importanti, solo dai simboli, infatti, si può capire meglio l'ordito di un'intera comunità. Sollicciano è un carcere, a Firenze tutti sanno che è stato costruito da fantasiosi architetti che vollero modellarlo a forma di giglio, simbolo dell'antica Fiorenza, anche se ai più sembra piuttosto un carciofo.

Ha stanze che definire celle è un insulto all'architettura, le docce sono coperte di muffa verde e i cessi s'intasano di continuo; i corridoi, però, sono ricchi di opere del surrealismo con i vetrocementi esplosi. Un tempo il carcere era in città alle Murate, prima ancora alle Stinche e, andando a ritroso nei secoli, al Bargello e nelle sotterranee Burella.

Ma sempre dentro le mura e parte tangibile della città. Ora, invece, come a vergognarsene, si trova a Sollicciano, su un'antica palude tra l'Arno e la Greve: lontano, espulso dalla vista di tutti, scollegato dalla vita di Firenze, idealmente messo a riposare sul lato invisibile e inaccessibile della città fragile. Quando l'afa smetterà di mordere, il rientro nella normalità farà tornare l'emergenza Sollicciano una cosa lontana, adeguata solo a chi ne fa punto di osservazione metaforica.

Affinché ciò non accada, propongo allora che, passata la stagione canicolare, il sindaco metta in cantiere una giornata di riflessione sugli stati generali dell'esecuzione di pena a Firenze, per creare un ponte tra i tre istituti penitenziari nel nostro territorio comunale e la cittadinanza.

Una giornata non solo per far parlare dell'emergenza Sollicciano, ma per costruire, tutti insieme, le soluzioni per un nuovo modello di relazioni tra chi è in esecuzione di pena e chi deve fare il massimo per tutelare la nostra civiltà giuridica e il rispetto per l'integrità della persona. *Associazione Progetto Firenze