sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Stefano Brogioni

La Nazione, 11 luglio 2022

Lo sfogo di don Vincenzo Russo, il cappellano del penitenziario: “La situazione è disumana, i detenuti hanno bisogno di attenzione”. Dalla relazione del garante toscano dei detenuti, Giuseppe Fanfani, emerge che in un anno ci sono stati oltre mille episodi di autolesionismo. Uno di questi, venerdì pomeriggio, è diventato l’ennesimo suicidio.

“Ho avuto modo di incontrare questo poliziotto. Era chiuso, ha parlato poco e non ha espresso il suo dolore e per esperienza quando qualcuno parla poco di sé, sta maturando qualcosa. Forse anche io dovevo azzardare, essere più entrante”. Don Vincenzo Russo è il cappellano del carcere di Sollicciano e l’ultimo suicidio in cella gli ha tolto ogni freno. E si sfoga, consapevole che quando parla “disturbo sempre qualcuno”.

“Non possiamo più tacere, bisogna denunciare la condizioni del carcere. Basta discorsi, sono vent’anni che sento di discorsi e di progetti e sono vent’anni che vedo persone che si tolgono la vita. Il progetto è oggi, bisogna uscire dal mondo delle chiacchiere e dare vero sostegno”.

Ma non si poteva percepire ugualmente qualche segnale delle sue difficoltà?

“Mi dicono che avesse scritto qualcosa, sicuramente aveva bisogno di attenzione come ce n’hanno bisogno tutte le persone che sono lì dentro, indipendentemente dal reato. Ma in carcere la situazione è disumana, c’è abbandono. Gli educatori sono pochi, quattro per 500, 600 persone. Intercettare il disagio è difficile. C’è una componente personale ma anche ambientale che non tutti riescono ad affrontare. Lui poi non era una persona cresciuta in un ambiente delinquenziale, anzi. Ma Sollicciano è un inferno e lì dentro le cose si amplificano. E crolla tutto addosso”.

Le risulta che fosse in cella da solo?

“Non so. Ma sempre per esperienza dico che quando uno matura quella decisione, riesce sempre a metterla in pratica. Un altro detenuto era in cella con un compagno. Attese che l’altro uscisse per l’ora d’aria, e lo fece”.

Il suicidio è avvenuto nello stesso giorno in cui a Sollicciano c’era un convegno, con presenti autorità del mondo carcerario e della politica...

“Sì, c’ero anche io. Un convegno anche interessante, dedicato a un magistrato di altissimo spessore come Margara. Ma proprio Margara non avrebbe lasciato spazio alle chiacchiere, ma avrebbe agito con concretezza. Invece mentre si stava facendo questa discussione, in cui sembra che vada sempre tutto bene, a pochi metri un detenuto stava lavorando alla fine della sua vita”.

Il detenuto aveva chiesto il trasferimento al carcere militare: lì forse avrebbe trovato una situazione più consona?

“Anche queste cose devono essere fatte subito. Non si può burocratizzare la vita di una persona. Siamo schiavi della lentezza della giustizia e degli uffici, poi succedono queste cose catastrofiche”.