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di Tomaso Montanari


Il Fatto Quotidiano, 12 luglio 2021

 

"Le mura mi parean che ferro fosse /. ... vermiglie come se di foco uscite / fossero ...". Lo sapevamo, certo: ma la storia enorme, sconvolgente di Santa Maria Capua Vetere (una storia su cui giustizia va fatta, fino ai massimi livelli) ci ha sbattuto ancora una volta in faccia che quelle mura, le mura delle carceri italiane, sono troppo spesso di ferro e di fuoco, come appaiono a Dante e a Virgilio quelle della città infernale di Dite. Mura che separano i vivi e i morti, i diritti dall'arbitrio, il mondo degli umani e quello della carne da cannone.

La sorte del corpo del reo - il corpo di chi è affidato, ormai inerme, al potere dello Stato - permette di misurare il grado della dignità che riconosciamo alla persona umana: e dunque della nostra umanità. E basta visitare una prigione della Repubblica per capire che è qua che si decide cosa siamo, e cosa saremo. Perché le carceri riguardano innanzitutto "noi, che ci interroghiamo sui caratteri della società in cui vogliamo vivere e sui principi ai quali diciamo di essere affezionati" (Gustavo Zagrebelsky).

Per questo è davvero importante ciò che accadrà a Firenze la settimana prossima. Sul muro esterno della Casa Circondariale "Mario Gozzini", primo carcere italiano a tutela attenuata, verrà inaugurata una grande pittura murale: una "scritta che buca". Poche cose quanto l'arte riescono ad abbattere, almeno simbolicamente e culturalmente, mura e cancellate: ed è esattamente questo il progetto voluto dalla direttrice Antonella Tuoni e dalla professoressa Camilla Perrone, dell'Università di Firenze (insieme al Garante dei diritti delle persone detenute del comune di Firenze, alla Fondazione Michelucci e al Quartiere 4, con il supporto della CAT - Cooperativa Sociale, e il finanziamento della FCRF e del Comune di Firenze).

Gli artisti dell'associazione Elektro Domestik Force hanno incontrato a più riprese i detenuti, per decidere insieme cosa e come dipingere all'esterno del muro che li separa e li unisce alla città: "Sono uscite idee molto distanti tra loro, anche molto personali. Il gruppo di lavoro però si è trovato d'accordo su alcuni aspetti sia tecnici che ideologici. È stato definito che il murale debba portare colori e messaggi positivi. Il target di pubblico (gli utenti che vedranno il murale) saranno principalmente i figli e le famiglie dei detenuti, i quali passano molto tempo di fronte a quel muro nell'attesa di poter entrare nel carcere per le visite. Un desiderio comune è quindi stato quello di non rattristare maggiormente le famiglie, che già subiscono un forte disagio per via dei familiari in stato d'arresto. Pertanto, hanno espresso la volontà che il murale fosse molto colorato e avesse un look adeguato ai bambini. Durante questi momenti di scambio, un detenuto con più di 40 anni di carcere sulle spalle ci ha deliziato regalandoci una sua poesia, scritta appositamente come ringraziamento per gli incontri fatti.

La poesia riportava queste parole: "La libertà è un miraggio". Alla fine, si è deciso di rappresentare un "'uomo di muro' (di mattoni e cemento) che si toglie i mattoni di dosso e li trasforma in assi di legno, per poi usarle nella costruzione di una nave ed iniziare un nuovo viaggio": l'idea è che la parola 'detenzione' muti progressivamente in quella, distante solo due consonanti, di 'redenzione'. Questo il viaggio della nave, questo il viaggio che i detenuti vogliono intraprendere: e la Costituzione della Repubblica è dalla loro parte, non da quella dei capi politici che delle carceri predicano di buttar via le chiavi.

L'incontro inaugurale si terrà nel Giardino degli Incontri di Sollicciano, l'ultimo capolavoro architettonico, urbanistico e politico di Giovanni Michelucci: che giudicava quell'opera, nata da uno straordinario processo di partecipazione con i detenuti e le loro famiglie, "tra le più belle e significative" della sua vita. L'architetto sapeva che sarebbero stati "soprattutto i bambini, oltre le nostre intenzioni, che scopriranno il senso dello spazio e i tanti loro modi di poterlo usare": ed è questo filo di futuro, questo "miraggio di libertà", a tenere insieme il progetto michelucciano e questo nuovo intervento artistico che contesta l'impermeabilità di quel terribile muro di ferro e fuoco.

C'è da sperare che Firenze si accorga di quel che succede su quel muro. Perché è da lì che può venirle aiuto, intelligenza, senso della giustizia: non sono i cittadini a soccorrere i carcerati, sono invece questi ultimi che possono rompere l'assedio che i fiorentini hanno posto a se stessi, dimenticando cosa sia una città. Mentre si progettano cancellate per chiudere piazze e chiese, mentre ordinanze del sindaco vietano di sostare in parti importanti dello spazio pubblico monumentale, mentre la "bellezza" di Firenze è sempre più disumana e mercificata, è proprio dai margini e dai marginali che potrebbe venire quella parola di liberazione che rompa l'incantesimo di una città senza più anima.