di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 13 luglio 2025
La presidente di “Pantagruel” si prende cura dei detenuti di Sollicciano che dopo anni ottengono di poter uscire dal carcere per poche ore ma non hanno parenti e amici a Firenze. Li porta in Duomo, a fare piccoli acquisti, evitando che vaghino senza meta. Questa intervista l’ha rimandata svariate volte perché lei è così, non ci tiene a mettersi in mostra. Il campione di ciclismo Gino Bartali diceva che “il bene si fa e non si dice”. Ecco, per Fatima Benhijji vale lo stesso motto. Però è doveroso raccontarlo, il suo volontariato estremo, affinché si sappia, nero su bianco, quante sono le vite che salva quasi ogni giorno.
Fatima, origini marocchine, è la salvezza per molti detenuti del carcere di Sollicciano, uno dei penitenziari più problematici d’Italia. Non soltanto entra in carcere ogni settimana per parlare coi reclusi, dare loro una speranza per continuare a vivere, scongiurare gli atti di autolesionismo e i tentati suicidi (già due detenuti si sono tolti la vita nel penitenziario fiorentino nel 2025).
Il suo volontariato estremo è un altro, e consiste nel fare compagnia ai reclusi che, per la prima volta dopo molti anni, escono per un permesso premio. Non è un’uscita normale, perché questi detenuti rivedono la libertà dopo mesi e mesi in cella. E soprattutto, perché il permesso premio dura dodici ore. E lei, Fatima, per dodici ore resta insieme a ciascuno di loro, rinunciando al lavoro come cameriera al ristorante, rinunciando alla famiglia, rinunciando ai figli. Dodici ore sono tantissime, a volte non passano mai. Dalle 8 la mattina fino alle 20 la sera, più volte nello stesso mese.
L’associazione Pantagruel - “È vero, sono tantissime ore - dice Fatima - ma l’emozione che provo mentre tengo compagnia ai ragazzi che escono di galera sono uniche”. Questi ragazzi, in molti casi maghrebini, non hanno nessuno fuori che li aspetta. I loro familiari e i loro amici sono in patria, e se non trovassero la compagnia di Fatima, vagherebbero da soli in città, con l’alto rischio di ricadere in atti delinquenziali. E invece, grazie a Fatima che li prende per mano, che li ascolta e li protegge, riassaporano la libertà e la vita fuori dalle sbarre. “Un’emozione unica per me” dice lei, diventata da pochi mesi presidente dell’associazione Pantagruel.
La libertà ritrovata - La giornata inizia al cancello di Sollicciano, dove i reclusi escono in autonomia e mettono piede, per la prima volta dopo anni, all’esterno. Poi vanno al Centro Samaritano della Caritas, dove avvengono colloqui di lavoro per organizzare la vita quando usciranno dal carcere. “È un aspetto fondamentale - racconta Fatima - perché il rischio recidiva è molto alto per questi ragazzi. Mi raccontano quasi tutti che in carcere non c’è lavoro e non ci sono corsi di formazione professionali, e quindi escono con l’anima persa, non sanno cosa fare, non sanno dove andare”. Dopo il Centro Samaritano, direzione centro storico di Firenze. “Molti di loro non hanno mai visto la città, li porto al Duomo, su Ponte Vecchio, in piazza Signoria, loro si emozionano”. Poi gli acquisti di vestiti in qualche negozio: “A volte possiedono soltanto un paio di pantaloni, una felpa e un paio di scarpe. Entrare in un negozio e comprare qualcosa è un’emozione indescrivibile che aumenta la loro dignità come esseri umani”. Succedono cose inaspettate, quando i detenuti escono di galera dopo anni: “Un ragazzo una volta è entrato in un bar per un caffè e ha iniziato a tremare di gioia” racconta Fatima. Oppure sedersi al ristorante: “Ritrovano il piacere di mangiare, la speranza nella vita”. O magari una visita al Piazzale Michelangelo, collina che domina la città: “Un ragazzo ha iniziato a correre avanti e indietro urlando e respirando una libertà ritrovata. Quando escono si rendono conto che non c’è niente di più prezioso della libertà”.
Quando sono fuori, possono telefonare a casa per un tempo illimitato. “Presto loro il mio cellulare per chiamare i propri genitori, quando li vedono sullo schermo a volte si mettono a piangere”. E Fatima è sempre lì, sempre al loro fianco, per tentare di farli rinascere: “È vero che perdo una giornata di lavoro e di famiglia, ma io con loro sto benissimo, hanno una felicità negli occhi difficile da descrivere, alla fine della giornata sono stanca ma anch’io sono altrettanto felice”.











