di Errico Novi
Il Dubbio, 10 febbraio 2025
“Il mondo forense e la magistratura non devono cedere all’idea secondo cui la separazione delle carriere sarebbe la madre di tutte le battaglie: finirebbero così per non discutere più di giustizia e dei suoi mali, dalla legge al sistema penitenziario”. “Sono sorpreso. Deluso, anche. Avvilito, verrebbe quasi da dire. Davanti abbiamo un sistema giustizia, e un sistema penale in particolare, che è gravato da problemi, da una sedimentazione ormai pluridecennale di problemi. A fronte dell’amara realtà con cui toccherebbe confrontarsi, assisto invece a un conflitto che in alcune fasi degenera in rissa confusa, insensata.
E la mia più grande amarezza deriva dal verificare che tale conflitto vede contrapposte non solo magistratura e politica, ma purtroppo anche avvocatura e magistratura, come attesta la recente vicenda dell’evento organizzato dalle Camere penali a Milano. Da entrambe le parti mi sarei aspettato un atteggiamento diverso che non fosse né la esibizione scomposta e sventolata della Costituzione, né l’intitolazione a senso unico degli argomenti da discutere nell’incontro della settimana scorsa.
La politica a propria volta ne approfitta, per strumentalizzare anche questa sottocategoria del conflitto sulla giustizia. Senza avere invece la prudenza e il buonsenso di cogliere l’importanza del confronto tecnico -non influenzato da prese di posizione ideologiche e precostituite, non reso incomprensibile per l’opinione pubblica e per i media a causa di eccessivi tecnicismi - fra avvocati e magistrati, per trarne soluzioni ai problemi accennati all’inizio”.
Giovanni Maria Flick è un avvocato, oltre che uno dei punti di riferimento del sistema giustizia, un presidente emerito della Corte costituzionale, un ex ministro i cui propositi furono purtroppo successivamente traditi o attuati in piccola parte solo con lustri di ritardo. È tutto questo, ma è innanzitutto un avvocato; eppure, nel suo sconcerto, una volta tanto Flick sembra quasi optare per il registro della requisitoria spietata. Non contro una parte del perenne conflitto sulla giustizia. Ma proprio contro il conflitto in quanto banalizzazione ed estremizzazione dei problemi.
“Ora la materia del contendere è essenzialmente la riforma relativa alla separazione delle carriere. Si parla solo di quello. Ed ecco l’altra grave banalizzazione: il conflitto su questa riforma è il velo sotto il quale si rischia di nascondere, colpevolmente, il gigantesco il groviglio di problemi che affigge il sistema penale, dalla legge alla pena passando per il processo. Si tratta di una versione se vogliamo estremizzata di quella tendenza alla rimozione e alla strumentalizzazione di cui le dicevo. Ricordo che lo stesso invito al buonsenso e al dialogo di cui parlavo prima lo rivolsi all’avvocatura e alla magistratura quando ero ministro, in un convegno a Bologna nel 1997. Spero adesso sia chiaro perché sono così deluso e, diciamolo pure, avvilito”.
Presidente, ci spieghi: la separazione delle carriere è un narcotico, una cortina fumogena dietro la quale rischiamo di perdere di vista i problemi del processo?
Viene usata proprio in questa chiave, al di là del giudizio che si può dare su quella riforma. Viene opposta come alibi per non risolvere i problemi stratificati da decenni. Incredibilmente ci si scontra con una certa asprezza, e appunto mi riferisco anche alle recenti tensioni nate attorno all’evento delle Camere penali a Milano e prima ancora alle inaugurazioni ufficiali dell’anno giudiziario, pure tra chi, come avvocatura e magistratura, dovrebbe essere ben consapevole della reale natura e portata di quei problemi.
D’accordo. Da quale dei mali irrisolti si dovrebbe cominciare?
Intanto bisogna fare un ordine concettuale, logico, sistematico. Bisogna ricordarsi che il sistema giustizia è una rosa dei venti. In essa si riconoscono quattro direttrici principali sulle quali soffia però costantemente un vento impetuoso che porta spesso a farle intrecciare e a trasformarle, in un turbine da cui sembra non esserci via d’uscita: la riserva di legge; il giusto processo con tutte le sue implicazioni, sostanziali e processuali; il principio cardine e universale per cui la responsabilità penale è personale, e può essere contestata solo in forza di una legge anteriore al fatto commesso, e non a un fenomeno; e la pena, che non deve essere mai contraria al senso di umanità e deve tendere alla rieducazione.
Perché è necessario ricordare alle parti in gioco qual è la struttura del sistema, presidente?
Non perché analizzare la giustizia sia possibile solo con un approccio scientifico-sistemico, ma perché solo se abbiamo dinanzi a noi la portata, la complessità e la dimensione delle questioni possiamo renderci conto di quanto sia da irresponsabili ridursi al conflitto, se non alla rissa, su di un particolare, per quanto significativo e simbolico. Tanto più quando essa si apre alla prospettiva del divide et impera contro chi si ritiene occupi troppo potere. Ho sempre pensato che fosse necessario distinguere le funzioni tra pm e giudice e non le carriere, proprio per evitare il rischio di un pm superpoliziotto, che in un primo momento viene esaltato ma che poi si vuole indebolire, o forse inesorabilmente assoggettare al potere politico. Incombe inoltre uno spettro sinistro.
Quale spettro?
Che a fronte della difficoltà, o meglio dell’incapacità nel risolvere effettivamente le questioni aperte, ci si rassegni, si indichi come ineluttabile la scorciatoia della giustizia algoritmica. Parliamo di un approccio robotico che ci sembra, grazie all’intelligenza artificiale, vantaggioso e a portata di mano; ma che equivarrebbe alla definitiva resa del sistema civile rispetto a un vero risanamento della giustizia penale. Ribadisco: serve una visione organica e globale del problema giustizia. Quella rosa dei venti dev’essere un monito a non scivolare nella semplificazione. Perché, ricordiamocelo, anche il conflitto è in sé una semplificazione. Anche un po’ infingarda, se permette.
Vogliamo entrare nel dettaglio delle quattro direttrici?
Partiamo dalla riserva di legge. E in particolare dal primo interrogativo: di chi è voce, oggi, il giudice. Di un tiranno? Del popolo? Della tecnologia? Di sé stesso? Poi teniamo presente che il ruolo del giudice, la sua crisi, sono complicati dal carattere multilevel sia delle fonti normative sia delle giurisdizioni. In un quadro già così complesso, si inserisce l’aporia fra diritto ex lege, che tende a implodere, e diritto ex iure, che invece dilaga. Sono solo alcune delle questioni ascrivibili sotto l’intestazione riserva di legge. Non dimentichiamo il già citato principio dell’irretroattività in malam partem. A qualsiasi analista non offuscato dalle nebbie del conflitto strumentale tremerebbero già le vene ai polsi.
Veniamo al cuore dei contrasti a cui si assiste: il giusto processo regolato da legge...
Ecco, le regole. Abbiamo un problema di regolazione del sistema, intanto. Abbiamo a che fare formalmente con un determinato modello, il processo accusatorio, che è gestito dalle parti in condizioni di parità sotto il controllo del giudice, e si è accantonato, in apparenza, il processo inquisitorio, che era gestito solo dal giudice. Eppure l’instabilità del sistema è evidente, lo sconfinamento dall’uno all’altro modello è continuo. E questo è solo un preambolo.
Quali sono le “patologie” più gravi?
Ce n’è un elenco. Innanzitutto Il troppo frequente uso della custodia cautelare come strumento per supplire alle carenze probatorie attraverso la confessione della persona accusata. A volte è anche peggio, se possibile: l’eccessivo ricorso alla custodia cautelare diventa un’anticipazione di pena per soddisfare l’attesa di vittime o opinione pubblica, e anche un paradossale rimedio a una durata prevedibilmente troppo lunga del processo.
Che è di per sé un ulteriore, se non il più grave problema...
L’eccessiva durata dei processi penali, semplicemente, è intollerabile. Contraddice la civiltà giuridica. Si accompagna a corollari e concause. Tra gli altri, l’incognita sull’inizio effettivo delle indagini, che determina anche l’incertezza sulla loro effettiva durata, e dunque la fragilità dei limiti temporali che la legge prevede. Non mi pare che il controllo giurisdizionale sulla fase delle indagini si sia rivelato, anche dopo le modifiche introdotte con la riforma Cartabia, un valido antidoto a tali distorsioni. D’altra parte, la deriva che riguarda il pubblico ministero ha, come sappiamo, un risvolto ancora più grave e ingovernabile.
Si riferisce al cosiddetto strapotere dei pm?
È un’espressione che non chiarisce la natura del problema. Io mi riferisco alla tendenza, intanto, a imbastire dei maxiprocessi, una tendenza che si intreccia con il più generale nodo del protagonismo dei pm di fronte alle aspettative dell’opinione pubblica. Ed è ormai nota la degenerazione per cui quelle aspettative diventano oggetto di continuo abuso e strumentalizzazione da parte dei contrapposti schieramenti politici.
È il processo che finisce fuori delle aule di giustizia...
E che si vizia dell’altrettanto noto e patologico rapporto incestuoso tra i pm, protagonisti appunto, e i media, che quel protagonismo rendono possibile e amplificano, con l’ovvio risultato che l’informazione si occupa quasi esclusivamente delle indagini, e dunque delle ipotesi d’accusa.
E qui siamo forse al nodo centrale, nel senso che sulla mediatizzazione delle indagini frana, in concreto, la parità fra accusa e difesa, cardine del modello accusatorio…
Attenzione, non si tratta solo del protagonismo sui media. C’è un aspetto che dovrebbe preoccupare assai l’avvocatura, ma che rischia di essere oscurato dal conflitto di cui si parlava all’inizio: al di là del rapporto ordinamentale col giudice, cioè, di nuovo, al di là della separazione delle carriere di cui si discetta in modo praticamente esclusivo, il pm è e resta in ogni caso dotato di risorse tecniche ben più rilevanti, incisive e costose, dalla polizia giudiziaria alle consulenze tecnico-specialistiche. Immaginate quanto tale squilibrio possa esasperarsi e ingigantirsi nel momento in cui la magistratura requirente avesse un Consiglio superiore tutto proprio.
In Italia l’accusa gode di molti vantaggi: basti pensare all’assoluto squilibrio del procedimento di prevenzione…
Ecco un’altra questione molto delicata, oscurata dalla polemica quotidiana. C’è una tendenza crescente del pubblico ministero ad abbandonare il vincolo costituzionale, sancito in nome dell’eguaglianza, all’esercizio obbligatorio dell’azione penale, con tutti i correlati profili di garanzia, di prova e di difficoltà di scelta, per prediligere la via del processo di prevenzione. Il fenomeno diventa ancora più problematico nel momento in cui contempla persino la pericolosità sociale dell’impresa che deriverebbe anche, secondo alcune Procure, dall’utilizzo dei frutti del caporalato e dello sfruttamento dei lavoratori.
Si riferisce ai casi che hanno riguardato, a partire dalla primavera dello scorso anno, persino Armani?
L’agevolazione colposa di reati riconducibili al fenomeno del caporalato sembra consolidarsi come diffusa ipotesi di lavoro, negli uffici inquirenti, anche con riferimento all’evasione dall’adempimento degli obblighi tributari e alla configurabilità della frode fiscale. La repressione penale propriamente detta impone limiti garantistici a livello sostanziale, di merito e di procedura. La prevenzione consente di contestare all’impresa, in modo più agile, meno garantito, e sostanzialmente non presidiato dalle tutele costituzionali, ipotesi molto gravi, nel momento in cui quell’impresa sia ritenuta beneficiaria del profitto che deriva dallo sfruttamento di lavoratori col meccanismo della cosiddetta supply chain. Una frontiera che sembra pericolosa e di cui però in realtà, si parla ancora troppo poco.
D’altra parte l’avvocatura penale ha già iniziato da un po’ di tempo a segnalare la deriva di un pubblico ministero che, con la condivisione delle sezioni “Misure di prevenzione” dei Tribunali, sostituisce sempre più il procedimento penale e le sue correlate garanzie con il procedimento di prevenzione, in cui il contraddittorio e il diritto di difesa sono ridotti al lumicino. Certo questi allarmi sono stati sollevati finora solo per la prevenzione antimafia…
È un problema di cui ci si deve occupare. L’ablazione preventiva, il sequestro, l’amministrazione giudiziaria e magari la confisca, sono scorciatoie molto comode, più facili, se così si può dire, del vero e proprio procedimento penale. Ma se ci si giura battaglia all’ultimo sangue sulla separazione delle carriere, come mi pare si rischi di fare, quando e come ci sarà, per avvocatura e magistratura, tempo e modo di confrontarsi seriamente su problemi così gravi, e di insinuare almeno, nella politica, il sospetto che qualche modifica normativa sarebbe necessaria?
E poi, presidente, c’è l’emergenza che in qualche modo autorizza a parlare di illegalità di Stato: il carcere…
Il carcere è l’unica pena: la brutalizzazione operata dalla politica, dalla panpenalizzazione e dalla pancarcerizzazione, è questa. E produce effetti devastanti. Il più disumano, sul quale tengo a focalizzare l’attenzione, consiste nel comprimere, con il sovraffollamento del carcere, non solo lo spazio, della persona detenuta, ma anche il contesto temporale: si cancella il passato, scompare la speranza del futuro, e più ancora la possibilità e l’effettività delle relazioni, a cominciare da quelle sessuali, affettive e familiari. Quale altra risposta può venire, dall’individuo, se non la spinta al suicidio?
Terrificante. Disumano. L’esatto contrario della nostra Costituzione. Viene cancellata l’intimità della persona…
E pensiamo all’uso distorto, per certi versi ancora più incivile, che si fa del carcere come reazione unica e uguale a varie forme di diversità, inclusa l’infermità mentale. Pensiamo ancora a quanto sia ancora insufficiente la possibilità per i detenuti di lavorare, dentro e fuori dal carcere.
È stata incredibilmente cancellata la possibilità di restare a dormire a casa, ai domiciliari, per i semiliberi ai quali tale beneficio era stato concesso durante il covid: finché si doveva evitare che portassero il virus in cella, e che diventasse così inevitabile uno svuota carceri, li si poteva pure lasciare a casa a dormire la notte. Una volta scongiurato il rischio di dover veramente ridurre il sovraffollamento per non trasformare le prigioni in infestatoi di massa, concedere i domiciliari ai semiliberi è diventato improvvisamente rischioso.
È uno scenario desolante, gravissimo, in cui la rieducazione e dunque la sicurezza dei cittadini scivolano in realtà in una posizione del tutto residuale. Conta solo la propaganda, la faccia feroce da esibire per accontentare, almeno ci si illude di farlo, le aspettative dell’opinione pubblica più arrabbiata. Uno Stato non può ridursi a questo.
Come se ne esce, presidente?
Con un cambio radicale di passo, intanto, da parte delle uniche componenti in grado di guardare alla giustizia, alla legge, al processo, alla pena con un atteggiamento libero dalla ricerca del consenso facile: gli avvocati e i magistrati. Rivolgo a loro un appello: deponete le armi. Se vi lasciate irretire dall’idea che la separazione delle carriere sia la madre di tutte le battaglie, è la fine. Mandate al massacro l’unico, ultimo bene che è al centro della vostra missione: i diritti. Si ricordino le parole del Papa, la priorità che il Pontefice ha riconosciuto ai carcerati già con la scelta di aprire la porta santa a Rebibbia. Si ricordino, avvocati e magistrati, che senza una loro alleanza per i diritti, la politica continuerà a offrire, sulla giustizia, risposte estemporanee, occasionali, piccoli interventi disarticolati fra loro, privi di un disegno e di una visione organici. Sono un avvocato, mi rivolgo innanzitutto agli avvocati: la giustizia, da sempre, da quando esiste la civiltà del diritto, è nelle loro mani. Mettano da parte il conflitto con la magistratura, si convincano che la lite sulla separazione delle carriere non può comportare il sacrificio di ogni altro bene e tornino a battersi per i diritti, come in tutta la loro storia hanno sempre fatto.











