di Alessio Di Francesco
agenparl.eu, 10 maggio 2025
“Preoccupa esternalizzazione esecuzione pena. Riforma penitenziaria promessa e poi tradita. I detenuti non hanno nemmeno le docce. Basta presa in giro delle caserme dismesse”. Il presidente emerito della Corte costituzionale, Giovanni Maria Flick, è intervenuto questa mattina al convegno “Analisi e prospettive di riforma del sistema penitenziario italiano” organizzato dal Centro di ricerca interdipartimentale di ricerca sui sistemi sociali e penali (Das) dell’Università Lumsa, un evento di riflessione per la comunità universitaria sul carcere in occasione del cinquantesimo anniversario dell’entrata in vigore della Legge 354 del 1975 i, che ha riformato in Italia l’ordinamento penitenziario e l’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà.
Di seguito un estratto delle sue parole: “Le carceri sono piene di poveri, in molti casi vittime di ingiustizia che si preferisce imprigionare invece di contrastare le condizioni in cui si commettono i crimini. Sono sovraffollate per una ragione elementare, non è la mancanza di caserme, come dice il Ministro della Giustizia, ma perché è molto più facile castigare i più deboli”.
“La Corte dei Conti boccia le carceri per spazi inadeguati, lavori di manutenzione in ritardo e sottolinea che urge adeguarsi agli standard internazionali. Sapete qual è la risposta del Ministro attuale della giustizia? ‘L’Italia non è la California, dobbiamo trovare i luoghi giusti, pensiamo al recupero delle caserme’. Sembra che l’unico orizzonte che noi abbiamo in materia penitenziaria è il recupero delle caserme dismesse, le tappe successive sono i container. L’esternalizzazione, che è cominciata con la vicenda dei migranti, è preoccupante perché mi aspetto che prima o dopo si adotterà anche per l’esecuzione delle pene. In materia di esternalizzazione si corre il rischio di finire come la Cayenna con gli stabilimenti penitenziari al di là del mare dove non si sa che cosa capita”.
“Uno degli obiettivi fondamentali è il tema della cultura in carcere, una finestra tra il dentro e il fuori, che consenta a chi è fuori di capire che cos’è il carcere, evitando il solito modello: stanno all’albergo, hanno anche il televisore a colori… Magari, non hanno il gabinetto, non hanno la doccia che era stata promessa dalla riforma dell’ordinamento penitenziario”. “C’è stata una riforma, è stato un passo in avanti, molto significativo, l’unico piccolo problema è che è stata attuata solo in minima parte. È stata una rivoluzione promessa che poi è diventata una rivoluzione tradita, per il modo con cui è stata non attuata”.
“Il primo passo da fare è quello della cultura in carcere, perché chi è fuori capisca che cosa c’è dentro e perché chi è dentro capisca che cosa lo aspetta fuori, credo che questo sia essenziale. Il secondo passo è quello di realizzare un’osmosi tra carcere e realtà circostante con l’università e con la cultura, lo si sta facendo. Il terzo passo è quello di esplorare la possibilità di un collegamento più articolato e più stabile tra il carcere e quella realtà”.
“La politica smetta di prenderci in giro con la storia delle caserme dismesse o dei container e che cominci a lavorare perché la dignità sociale è tale se è pari tra tutti: tra chi ce l’ha già e chi aspira a farsela attraverso il carcere”. “Noi abbiamo articolo 27 che vieta il trattamento inumano, non sono pene i trattamenti inumani. La tortura non è una pena, è un reato, è un delitto da perseguire” “Pensate a quale shock di solito si ha dell’entrata in carcere? E non è, infatti, azzardato sottolineare che parte dei suicidi in carcere, soprattutto quelli dei giovani, ai quali crolla il mondo addosso alla prima reclusione. Ma il discorso non è soltanto dello shock dell’entrata, c’è anche lo shock dell’uscita, il fine pena mai dell’ergastolo è un qualche cosa che elimina la speranza.
E una delle vie per fuggire da un carcere che elimina la speranza è la percentuale mostruosa di suicidi che noi abbiamo nell’ambito carcerario. E che sia una situazione preoccupante si denota, sia pure con proporzioni diverse, anche dalla crescita dei suicidi in carcere non solo per i detenuti, ma anche per gli agenti di custodia. Io credo che questo voglia dire che come abbiamo avuto il coraggio di riconoscere l’incostituzionalità di una pena come l’ergastolo nella misura in cui sia effettivamente fine pena mai, così, o prima o dopo, forse arriveremo a riconoscere che quando la Costituzione parla di pene, non parla solo di reclusione, ma apre un ventaglio di possibilità che consenta di mantenere la reclusione solo nelle ipotesi in cui vi siano fenomeni di aggressività e quindi di pericolosità per sé o per gli altri”.











