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di Francesco Grignetti

La Stampa, 30 maggio 2022

L’ex ministro della Giustizia e presidente della Corte Costituzionale: “Per quesiti tecnici non funziona la logica binaria del votare sì o no”. Il professor Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale, osserva perplesso che attorno alla giustizia, secondo i costumi italiani, s’è scatenata la solita mischia di tutti contro tutti. Il prossimo appuntamento è con i referendum di Lega e Radicali, il 12 giugno. “Ma vedo che non se ne parla o quasi. E non capisco se sia un silenzio voluto dalla politica o conseguenza del disinteresse della gente. In un caso come nell’altro, un pessimo segnale per la democrazia”.

Professore, lei ama i referendum?

“Ripenso ai padri costituenti. Vollero lo strumento del referendum accanto a quello delle leggi di iniziativa popolare, come strumenti fondamentali per la partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica. Un modo di coinvolgere il popolo. Svilire questi due strumenti, a mio modo di vedere, è grave”.

Chi e cosa li avrebbe sviliti?

“Di nuovo penso ai padri costituenti. Il nostro referendum è abrogativo. Cioè serve a dire sì o no a una legge esistente. Questa la sua funzione fondamentale. Per questo motivo il quesito deve essere chiaro, preciso, immediato. Sì o No. E ha funzionato per le grandi questioni: aborto, divorzio, nucleare. Sì o No? Ma quando ci si perde per i rivoli delle questioni tecniche, e la regolamentazione della giustizia è una di queste, allora la logica binaria non funziona più. Se ai cittadini si sottopongono questioni cariche di sfumature, diventa obiettivamente difficile dare una risposta. Io stesso, che nella mia vita sono stato magistrato, avvocato, professore di diritto, ministro della Giustizia e giudice costituzionale, non saprei dare una risposta secca”.

Facciamo un esempio: che ne pensa del quesito che impedirebbe la custodia cautelare nel caso di pericolo di reiterazione del reato?

“Ecco, esempio perfetto. Io credo sinceramente che l’uso della custodia cautelare vada limitata. In Italia ne è stato fatto abuso da parte dei magistrati. Anche se lo negano, è evidente che a volte la custodia cautelare è stata usata per placare le paure dell’opinione pubblica o per costringere un indagato a collaborare. Però non è materia da trattare con l’accetta. In certi casi, la custodia cautelare può essere necessaria anche per impedire il pericolo di reiterazione del reato. Qui la logica binaria del Sì o del No è fuorviante. In materia penale, contano i bilanciamenti che si possono studiare in Parlamento, non gli slogan. Ma ognuno dei cinque quesiti del 12 giugno presenta una serie di alternative che rende davvero difficile rispondere con un Sì o un No”.

Dunque, lei ce l’ha soprattutto con l’uso e l’abuso di referendum?

“Oltre al problema di quesiti sempre più tecnici e incomprensibili, c’è da considerare che la società è cambiata. Viviamo in un flusso caotico di informazioni, mal percepite, mal metabolizzate. In questo modo diventa difficile usare lo strumento stesso, che infatti sta perdendo il suo valore intrinseco”.

Molti dicono: serve da stimolo per il Parlamento...

“E io però rispondo che il Parlamento non dovrebbe avere bisogno di stimoli. E capisco bene la logica degli “stimolatori”, ma dico loro: attenzione, avviando referendum di cui si sa già in partenza che non si arriverà fino in fondo perché non si raggiungerà mai il quorum, siete voi che svilite l’istituto del referendum”.

Il Senato ha rallentato i lavori per permettere prima ai cittadini di esprimersi...

“Scelta corretta. Pensate per un attimo, se il legislatore con fretta indiavolata avesse varato la riforma una settimana prima del voto e poi i cittadini il 12 giugno avessero bocciato le sue scelte. Meglio aspettare che i cittadini si esprimano e poi si decide”.

Intanto i magistrati si leccano le ferite per uno sciopero che è stato un mezzo fallimento...

“La ministra Marta Cartabia ha colto indubbiamente un successo, e le va dato atto: per la prima volta dopo molti anni, ha fatto una riforma a cui i magistrati non hanno potuto opporre un potere di veto. Ma è un successo solo apparente, temo, perché un attimo dopo avere sgombrato il campo dal sasso di una magistratura che pretendeva di partecipare al processo legislativo, è iniziata la faida tra i partiti. È evidente a tutti che la riforma arriva in ritardo e con fatica. Forse era inevitabile, perché se si vuol riformare la giustizia, bisognava partire dalla testa, cioè dal Csm, e poi arrivare alla coda, su come velocizzare il processo penale e quello civile. Resta che la ministra è riuscita a superare la pretesa di chi voleva un monopolio”.

Si dice: la magistratura è in caduta libera, in termini di credibilità e autorevolezza, dopo lo scandalo Palamara...

“Di quello che è stato combinato nel 2019 è meglio non parlarne nemmeno più, tanta è la vergogna. Basta confrontare i discorsi d’insediamento del Capo dello Stato: nel 2015 rese omaggio alla magistratura; stavolta gli ha detto a brutto muso che devono recuperare la fiducia dei cittadini”.

In conclusione, che pensa della riforma del Csm?

“Non voglio appoggiare la tesi che sia solo efficientismo, ma il pericolo c’è. Tra velocità necessaria, evoluzione tecnologica e digitalizzazione, si rischia di privilegiare solo l’efficienza e non la qualità. La verità è che dei due frutti che ci aspettiamo dall’albero della giustizia - ragionevole durata del processo e ragionevole prevedibilità delle sentenze - nessuno dei due è ancora germogliato”.