di Francesca Sforza
La Stampa, 2 ottobre 2025
“Se vedete questo video vuol dire che sono stato fermato o arrestato dalle forze israeliane contro la mia volontà”. La stessa frase è stata pronunciata in spagnolo, in polacco, in portoghese, in svedese, in arabo e in inglese da volti diversi, di ragazzi, ragazze, uomini e donne che ieri, alle 10 di sera circa, hanno recapitato a mezzo mondo il messaggio della Global Sumud Flotilla attraverso le piattaforme social. Sono dunque questi i titoli di coda del film a cielo aperto andato in onda nelle ultime settimane e che ha tenuto popoli e governi col fiato sospeso?
L’impresa della Flotilla non finisce qui, a giudicare dalla sollevazione delle piazze che ha accompagnato le ore in cui gli equipaggi sono stati intercettati dagli israeliani e condotti verso il porto di Ashdod, 40 chilometri a sud di Tel Aviv. Mai così tanti riflettori sono stati puntati su così poche imbarcazioni, ed essendo la congiuntura particolarmente delicata - con un piano di pace appeso a esili speranze e una cascata di ultimatum pronti a scadere - ogni eccesso e abuso da parte di Israele, anche nei prossimi giorni, potrebbe rivelarsi un boomerang (gli attivisti lo sanno, promettono pace, ma non è escluso che qualche provocazione si allontani dalla linea gandhiana prevista dalle regole di ingaggio). I ministri degli Esteri dei maggiori Paesi europei si sono mobilitati per far sì che non si verificassero incidenti, e si immaginano le argomentazioni portate ai colloqui con le autorità israeliane, dalle richieste di indulgenza verso dei ragazzi quantunque un po’ agée, fino agli avvisi sui danni reputazionali, già per la verità piuttosto avanzati. Inutile negarlo: nella grande crisi mediorientale che si è aperta il 7 ottobre c’è un prima e dopo Flotilla, almeno per ciò che concerne la percezione dell’opinione pubblica su questa guerra.
È stata una missione umanitaria o una missione politica? E quale delle due missioni può considerarsi maggiormente fallita? Sembra questo il dibattito, all’alba di quella che sarà ricordata come la più spettacolare azione dimostrativa dei tempi moderni, ma la distinzione è tanto speciosa quanto insufficiente a restituire il senso dell’accaduto. Sì, perché la novità della Flotilla è stata proprio quella di aver saldato le due motivazioni fino a renderle indistinguibili: la tragedia umanitaria di Gaza è un fatto politico e una risposta umanitaria è per ciò stesso politica. Il fatto che nessun governo abbia stabilito un’analoga connessione - “è in corso un disastro umanitario, dunque si attivino delle iniziative volte a fermarlo” - dice purtroppo molto sulla fragilità dei governi, non sulle motivazioni della Flotilla.
E allora non è stata solo un’avventura, come vorrebbe chi in questi giorni si è concentrato soprattutto sugli aspetti dannunziani e futuristi dell’impresa (qualcuno ha evocato anche l’operazione Dynamo di Churchill a Dunquerque). Da oggi la prospettiva dell’apertura di un canale umanitario per portare aiuti alla martoriata popolazione di Gaza ha guadagnato punti in termini di realtà: la rotta esiste, un cambiamento è possibile, continuare a tenere gli occhi chiusi da ieri è molto più difficile, oltre che tragicamente imbarazzante.











