di Francesca Sforza
La Stampa, 26 settembre 2025
Con tutti i loro evidenti limiti, gli equipaggi sono uno schiaffo all’immobilismo della politica. Visti dal basso del tempo presente sembrano un’eccentrica pattuglia di spostati, un po’ estremisti, ideologici, tendenzialmente settari, piuttosto litigiosi: hanno buttato fuori una giornalista non allineata, un islamico si è seccato per la presenza di persone della comunità Lgbtq+, e anche dal profilo ufficiale Instagram si capisce che quelli deputati a parlare non sono tutti, ma solo quelli più inquadrati nel ruolo. E però, i componenti dell’equipaggio della Sumud Flotilla - coi loro modi da centro sociale globalizzato, con i loro slogan triti e ritriti - hanno dato uno schiaffo alla diplomazia internazionale talmente forte che si preferisce non parlarne. Per imbarazzo, certamente, ma anche perché le conclusioni da trarre sono quanto mai amare per gli Stati, per i governi e per ogni leader che aspiri a un ruolo nel negoziato mediorientale.
Per mesi e mesi e mesi la comunità internazionale e le opinioni pubbliche hanno assistito a una devastazione di Gaza che ha lasciato tramortiti persino una gran parte di israeliani e ebrei della diaspora. Non un’idea, non uno scatto, non uno slancio creativo è venuto da nessuno, sia esso governo, Stato, Nazioni Unite o altra entità politica (fa eccezione Gaza Riviera, che però è sembrata più una battuta, e comunque tale è rimasta). E sì che la storia della diplomazia è piena di buoni esempi: senza arrivare al ping-pong di Henry Kissinger o alla soluzione della crisi cubana escogitata da Kennedy e Krusciov basta ricordare la più recente idea di Emma Bonino di tirare fuori i marò attraverso l’arbitrato internazionale anziché infognarsi in un perdente bilaterale con l’India. Niente, per Gaza solo soluzioni rimasticate evocate al solo fine di prendere tempo (sperando in cosa, che Israele si ravvedesse o si sbrigasse?).
Dall’inanità della grande politica si è venuta così formando la Flotilla, un piccolo esercito di volontari che sembra uscito da una sceneggiatura hollywoodiana: 50 imbarcazioni in rappresentanza di 140 paesi (quasi come le Nazioni Unite, che ne contano 193), partite contemporaneamente dalla Spagna, da Tunisi, dalla Malesia, da Genova e Catania con destinazione Gaza per portare aiuti alla popolazione (a bordo ci sono anche dottori). Ce la faranno? Non si sa, e i finali vanno dallo sbarco sgangherato ma trionfale all’attacco militare contro gli attivisti, fino al mesto ritorno a casa con le stive cariche di mosche. Ma qualcosa hanno già fatto: si sono infilati come sabbia nelle ruote dei governi, costringendoli a immaginare scenari da battaglia navale, e nelle agende delle opposizioni, vuote fino a un momento prima e oggi ribollenti di entusiasmo e sostegno nei loro confronti. Persino la proposta della Meloni - che pure contiene qualche elemento d’interesse - è suonata tragicamente fuori tempo rispetto al procedere della piccola flotta in acque che si fanno sempre più pericolose. E nelle ricerche su ChatGpt tutto ciò che riguarda la spedizione è diventato di tendenza: cosa succede se Israele colpisce la Flotilla in acque internazionali? “Potrebbe essere qualificato come atto di guerra o comunque violazione del diritto internazionale”. Cosa può succedere alla Flotilla se riesce a sbarcare a Gaza? “Dopo lo sbarco, i partecipanti potrebbero diventare bersagli di rappresaglie o essere arrestati se cercassero di lasciare Gaza via terra”. Ci sono anche altri scenari, stando agli algoritmi, ma nessuno a lieto fine (né per Israele, né per i gagliardi navigatori).
Ogni giorno che passa, in definitiva, la situazione per un verso si complica - aumentano i rischi, le divisioni tra chi sarà costretto a intervenire, le spaccature nei governi, e mettiamoci pure le aziende che hanno interessi economici nelle acque coperte dalla navigazione - e per un verso si mostra in tutta la sua semplicità: a fronte di un disastro umanitario, qualcuno si muove per dare una mano. E quando si tratterà di sollevarsi un poco dalla linea del tempo - lo ricordava anche ieri Flavia Perina su questo giornale: chi vorrà mai affondare nel girone delle anime indifferenti? - l’impresa della Flotilla sarà ricordata come un momento di riscatto, di ribellione e di creatività politica. Ma anche di sconfitta della politica vera, di incapacità di dar vita a una leadership coraggiosa (e a un’opposizione che non sia a perenne ricasco della società civile, mai una volta che si metta lei a capitanare qualche cosa). Forse è vero che sono degli irresponsabili, come dice la premier Meloni, ma dov’erano i responsabili mentre questi ragazzini (si fa per dire, ci sono un sacco di cinquantenni a bordo) armavano le vele?










