di Giuliano Foschini
La Repubblica, 7 gennaio 2020
Dopo l'inizio di un 2020 così difficile, domenica scorsa il rumore della notte, sopra Foggia, non è stato quello delle bombe che spaccano auto e saracinesche. Ma di elicotteri di polizia, carabinieri e Guardia di finanza che mettevano sotto sopra i luoghi dei clan.
"Lo Stato ha risposto" ha detto ieri il ministro degli Interni, Luciana Lamorgese. Il rumore del pomeriggio, il prossimo venerdì, dovrà essere invece quello della speranza, con le voci di ragazzi e ragazze. "Diremo no alla mafia. E sì al nostro futuro. Perché lo Stato sta facendo la sua parte. Ma ora tocca a noi", dice don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera.
È stato lui a chiamare a raccolta per i110 gennaio, alle 16, nel le strade di Foggia, la cittadinanza, le associazioni, le forze sindacali, gli studenti, gli amministratori, il mondo della chiesa. "Tutti insieme, nessuno si senta escluso. Hanno bisogno di noi".
Noi chi, don Luigi?
"Noi che in questi anni siamo stati troppo disattenti rispetto a quello che accadeva in questa terra. Libera da tempo è in quelle terre, combatte, lotta, ma c'è bisogno di tutti. Quello di Foggia, del Gargano, è un territorio complesso, negato, inesplorato. E soprattutto sottovalutato, nonostante il grido di aiuto di alcuni magistrati, delle forze di polizia che da sempre combattono i clan. Per troppo tempo li abbiamo lasciati soli".
Poi cosa è successo?
"Nell'agosto del 2017 c'è stata la strage di San Marco in Lamis, il quadruplice omicidio in cui hanno perso la vita anche due innocenti, due contadini che erano nella loro auto soltanto per andare a lavorare. In quel momento molti hanno preso coscienza della particolarità di questa mafia, che ha caratteristiche tremende di violenza e sfregio. Nessuno ha potuto più dire che non sapeva. Ma si è arrivati in ritardo, molto in ritardo".
In questo inizio 2020 la mafia a Foggia ha fatto saltare in aria macchine, bar, negozi. Un uomo è stato ucciso...
"Ecco perché è necessaria una risposta dell'intera comunità. Lo Stato, come dimostra l'intervento dell'altra notte, sta facendo la sua parte. Ma c'è bisogno di un abbraccio collettivo. Dobbiamo smettere di pensare che non sia una questione che ci riguarda: noi siamo cittadini di quella terra. La comunità deve chiamarsi Italia. Noi tutti dobbiamo prenderci le nostre responsabilità. Ecco perché abbiamo voluto convocare questa manifestazione".
C'è chi dice: non servono le manifestazioni. Ma i fatti...
"E sbaglia. Perché le manifestazioni sono fatti. È arrivato il tempo di prenderci le nostre responsabilità, metterci la faccia e dire da che parte stiamo. Saremo a Foggia per abbracciare i familiari delle vittime di mafia, per non lasciare soli chi ha avuto il coraggio di denunciare. E ci saremo, con tutte le altre associazioni, con chiunque voglia essere accanto a noi per testimoniare la nostra vicinanza alla magistratura e alle forze di polizia".
Lei dice: a Foggia, dove regna la mafia meno conosciuta e forse per questo più pericolosa d'Italia, lo Stato c'è. Sta rispondendo. Ma la politica?
"Deve battere un colpo. Perché, come sempre, è fondamentale accanto al contrasto criminale quello sociale e culturale. La lotta alle mafie è anche la lotta per una giustizia sociale. Serve mettere in agenda parole come lavoro, casa, servizi. Ma anche la politica ha bisogno di noi cittadini. Per questo occorre non essere complici attivi delle mafie".
Che significa?
"Le categorie che più mi preoccupano oggi sono due: i neutrali e i mormoranti. I primi non prendono posizione. I secondi stanno zitti e poi giudicano criticano, non fanno. Ecco, questi sono due comportamenti mafiosi: il male non è soltanto di chi lo commette ma anche di chi sta a guardare, di chi delega, di chi è indifferente".
Lei parla spesso di speranza: una provincia che ha un omicidio a settimana, una rapina al giorno, un'estorsione ogni 48 ore, può averne?
"Libera è andata a Foggia già due anni fa, organizzando la manifestazione in ricordo delle vittime di tutte le mafie. Conosco quella gente, i suoi ragazzi; c'è grande speranza. Ma bisogna trattarla con cura. Perché i giovani ci chiedono non soltanto conto delle cose che accadono ma ci chiedono anche di poter contare. Il nostro compito deve essere quello non soltanto di ascoltarli ma anche di dare loro spazio. Stanno crescendo tante piante belle: la chiesa ha preso posizioni importanti, l'esempio di Libera è seguito da molte associazioni. La speranza è lì. Ora è il momento di vederla per strada". Il 10 gennaio. A Foggia.










