immediato.net, 30 gennaio 2026
Il Gup ha ammesso Regione Puglia, garante dei detenuti e associazione Yairaha onlus nel procedimento che vede 14 imputati tra agenti, medici e psicologo. La procura chiede il rinvio a giudizio per i fatti dell’11 agosto 2023, ma gli indagati respingono ogni accusa. Nel procedimento sulle presunte torture avvenute nel carcere di Foggia l’11 agosto 2023, il giudice dell’udienza preliminare Cecilia Massarelli ha accolto la richiesta di costituzione delle parti civili presentata dal garante regionale per i detenuti, dalla Regione Puglia e dall’associazione “Yairaha onlus”, impegnata nella tutela dei carcerati. Si tratta di uno dei passaggi centrali dell’udienza preliminare che riguarda 14 imputati - dieci poliziotti penitenziari, tre medici e uno psicologo - tutti in servizio nella casa circondariale, per i quali la Procura chiede il rinvio a giudizio.
Le accuse della procura e la richiesta di rinvio a giudizio - La pm Laura Simeone ha contestato a vario titolo 24 capi d’imputazione, legati alle presunte violenze ai danni di due detenuti, avvenute secondo l’accusa l’11 agosto 2023. Gli imputati respingono le contestazioni e la difesa annuncia che chiederà il proscioglimento, sostenendo anche la presunta vaghezza di alcune imputazioni. Il gup si è riservato di pronunciarsi sulle questioni preliminari sollevate dagli avvocati. Il procedimento tornerà in aula il 23 aprile, quando il giudice scioglierà la riserva e successivamente ascolterà pm, parti civili e difese prima della decisione finale: rinvio a giudizio o proscioglimento.
Torture, concussione, falsi e depistaggi: i 24 capi d’imputazione - I 14 imputati rispondono, a vario titolo, di due episodi di tortura contestati ai soli agenti di custodia, oltre a una lunga serie di reati connessi: abuso di autorità, concussione e tentativo di concussione, falsità ideologiche in atti pubblici, omissioni d’atti d’ufficio, calunnie, favoreggiamenti, omissione di referto, danneggiamento e soppressione di atti. Secondo l’impostazione accusatoria, dopo le presunte violenze ci sarebbe stato un tentativo di insabbiare e depistare quanto accaduto, anche attraverso la complicità di personale sanitario.
L’indagine partita da una lettera di un detenuto testimone - L’inchiesta è partita dalla lettera inviata in Procura da un terzo detenuto, un cittadino albanese che avrebbe assistito alle violenze e si sarebbe detto pronto a testimoniare. Le indagini sono poi sfociate nel blitz del 18 marzo 2024, quando il gip dispose gli arresti domiciliari per dieci agenti, oggi tornati in libertà. L’accusa si fonda sulle testimonianze delle due presunte vittime - un uomo di Bitonto con problemi psichici e un ex compagno di cella tarantino - oltre a quella del terzo detenuto e ai filmati acquisiti dagli inquirenti.
La ricostruzione dei fatti: “trattamento inumano e degradante” - Secondo la procura, alcuni poliziotti penitenziari avrebbero deciso di punire il detenuto G.R., ritenuto responsabile di aver scioccato una collega nei giorni precedenti, ferendosi e sanguinando davanti a un’ispettrice. Gli agenti sarebbero entrati nella cella numero 5 della prima sezione del nuovo complesso e avrebbero picchiato il detenuto, mentre altri avrebbero assistito senza intervenire. Un secondo detenuto, F.M., avrebbe tentato di difendere il compagno di cella, venendo a sua volta pestato. L’accusa parla di violenze gravi e crudeltà, tali da configurare un trattamento inumano e degradante.
I presunti tentativi di copertura e i verbali falsi - Dopo il doppio pestaggio, sempre secondo l’atto d’accusa, gli agenti avrebbero cercato di coprire l’accaduto e depistare le indagini, tentando anche di sopprimere i filmati, poi recuperati da polizia penitenziaria e carabinieri. Sarebbero stati prodotti verbali falsi per sostenere che la perquisizione della cella fosse legata al sospetto di alcol prodotto artigianalmente e che il detenuto avesse dato in escandescenze, costringendolo anche a firmare una dichiarazione in tal senso. I medici, inoltre, avrebbero attestato lesioni inesistenti su tre agenti e omesso di riscontrare ferite sul detenuto. La psicologa, pur informata, non avrebbe segnalato quanto appreso all’autorità giudiziaria. Ora la decisione passa al giudice: il 23 aprile sarà una data chiave per stabilire se il caso approderà a processo.
Nell’operazione degli inquirenti vennero coinvolti Giovanni Di Pasqua di Foggia, Vincenzo Piccirillo di Stornara, Flenisio Casiere di Foggia, Nicola Calabrese di Lucera, Pasquale D’Errico di San Giovanni Rotondo, Raffaele Coccia di Lucera, Giuseppe Toziano di Foggia, Vittorio Vitale di Lucera, Annalisa Santacroce di Volturino e Massimo Folliero di Lucera.
Medici e psicologi - Nel fascicolo emersero responsabilità, secondo l’accusa, da parte di medici e personale sanitario. Antonio Iuso, uno dei tre medici coinvolti, avrebbe visitato il detenuto tarantino senza riscontrare segni di trauma, mentre in altri tre referti attestò escoriazioni agli agenti, sostenendo che potevano essere compatibili con una aggressione da parte del recluso con una lametta.
Un altro medico, Romolo Cela, dichiarò di aver riscontrato nel bitontino solo uno stato di agitazione, mentre per la procura le lesioni erano evidenti: colpi alla testa, all’occhio e al torace. Francesco Balzano, terzo sanitario coinvolto, avrebbe dichiarato anch’egli di non aver visto segni di violenza. Sul banco degli imputati anche la psicologa Stefania Lavacca, che - secondo la ricostruzione accusatoria - sarebbe stata informata del pestaggio dal detenuto albanese, ma non avrebbe mai segnalato l’episodio né agli inquirenti né all’autorità giudiziaria.











