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di Maddalena de Franchis

Il Resto del Carlino, 8 agosto 2024

Anche a Forlì, a Pasqua, uno degli oltre 60 suicidi nel 2024 in Italia. I sindacati si lamentano della struttura, mentre si aspetta quella nuova. Da circa vent’anni Techne organizza tirocini che costruiscano un futuro. Le carceri italiane scoppiano e, in questa bollente estate, a fare notizia sono soprattutto i suicidi dei detenuti: uno stillicidio drammatico, che conta già oltre 60 vittime dall’inizio dell’anno. Una di queste era a Forlì, si chiamava Mohamed Medi Cherif, aveva 29 anni ed era padre di una bambina. Scontava una misura cautelare per una rapina commessa a Jesi, in provincia di Ancona, il 24 aprile 2023, per la quale era stato condannato a tre anni di reclusione, con sentenza ancora non definitiva. È stato trovato morto la notte di Pasqua nella sua cella della casa circondariale di Forlì, dov’era stato trasferito circa tre mesi prima, dopo una permanenza temporanea ad Ancona.

Sebbene il recente rapporto dell’associazione Antigone, riguardante anche gli istituti di pena emiliano-romagnoli, non collochi la casa circondariale forlivese tra quelle con le più gravi criticità (la maglia nera spetta a Bologna, con un tasso di affollamento pari al 168%, e a Rimini, 130%), le condizioni strutturali del penitenziario non sono certamente delle migliori. Se n’è riparlato anche in occasione dell’ultima rivolta dei detenuti, scatenatasi lo scorso novembre, mentre erano in servizio solo 6 agenti di polizia penitenziaria su un totale di 160 detenuti: a detta del Sinappe (Sindacato nazionale autonomo polizia penitenziaria), all’annosa carenza di organico si aggiungono i problemi di una struttura ormai fatiscente, vetusta e non più idonea all’uso detentivo. Torna così d’attualità il nodo del nuovo carcere cittadino, il cui primo progetto fu depositato in Comune nel 2003: un cantiere con mille problemi burocratici, per il quale dovrebbe essere arrivata la svolta nei mesi scorsi.

Oltre al sovraffollamento e alle pessime condizioni di detenzione, “il sistema carcerario italiano è piagato dalla recidiva, segno di un carcere che non risponde alla finalità costituzionale sancita dall’articolo 27 - evidenzia ancora il rapporto Antigone -: le istituzioni dovrebbero dare maggiore importanza e supporto reale nel delicato momento della scarcerazione e del ritorno alla vita libera”. A questo proposito, a Forlì c’è chi ha scommesso da circa vent’anni sull’integrazione di detenuti ed ex-detenuti, con interventi che fungano da stimolo per il loro reingresso nella legalità: è l’ente di formazione Techne, guidato dalla direttrice generale Lia Benvenuti.

“In carcere, la priorità è il contrasto all’ozio - spiega -: un detenuto che lavora è un detenuto che può mandare dei soldi ai familiari o fare un piccolo regalo al figlio per il suo compleanno. Sono quei gesti che ti rendono umano, facendoti riacquistare pian piano dignità e fiducia in te stesso”. Negli istituti di pena è complesso portare avanti progetti di formazione e accompagnamento al lavoro, poiché ci si scontra con difficoltà di ogni tipo: “Dall’inadeguatezza degli spazi, vecchi e non pensati per laboratori o tirocini, al turnover elevato dei detenuti. Per questo apprezziamo ancora di più il coraggio e la lungimiranza di quegli imprenditori che hanno firmato il nostro protocollo per l’inclusione socio-lavorativa delle persone in esecuzione penale. Il 43° firmatario del protocollo sarà Cia-Conad, la cooperativa di dettaglianti che associa gli imprenditori Conad delle province di Forlì-Cesena, Ravenna e Rimini”. La firma di Cia-Conad dovrebbe aprire un nuovo ventaglio di opportunità per i detenuti nelle attività interne alla grande distribuzione, dalla gastronomia alla logistica, fino all’ortofrutta e all’allestimento dei reparti.