di Davide Soattin
Corriere di Bologna, 18 gennaio 2025
“I primi denti tolti in uno sgabuzzino senza badare alle cure: avevo un agente come assistente”. Enrico Agostini, 69 anni, lascia il carcere di Forlì dove è stato in servizio dal 1983: “Quando ho cominciato lavoravo con una poltrona da barbiere anni 50. Ho salutato i carcerati con un verso di Dante”. I versi del ventiseiesimo canto dell’Inferno di Dante come “monito” ai pazienti che saranno assistiti da chi verrà dopo di lui. È così che il dentista 69enne Enrico Agostini, lo scorso 31 dicembre, ha salutato il carcere di Forlì, andando in pensione dopo quarantuno anni di servizio dentro al penitenziario romagnolo. Il medico comunque continuerà a operare nello suo studio professionale privato a Meldola, dove abita.
Quanto le dispiace dover lasciare dopo 41 anni di servizio?
“Molto. Sono molto dispiaciuto. Quarantuno anni sono una vita. Tutto è iniziato nel maggio 1983. È inutile dire che ho tanti bei ricordi”.
In che modo è iniziata la sua storia dentro al carcere?
“Ci sono arrivato nelle vesti di tirocinante. Lo ero al servizio Odontoiatria dell’ospedale “Morgagni-Pierantoni” di Forlì e, mentre ero lì, ci dissero che si era liberato un posto in carcere. Eravamo io e un altro collega, che però era di San Mauro Pascoli, e quindi, a causa della distanza, rifiutò. Accettai pensando che si sarebbe trattato di qualche mese oppure di qualche anno. E invece ci sono rimasto una vita”.
Se lo ricorda il primo giorno?
“Sì. Me lo ricordo bene perché all’epoca c’era un direttore di origini calabresi che, quando arrivai, mi disse ‘dottore, lei scippi, scippi’. Inizialmente non capivo cosa volesse dirmi. Poi scoprii che ‘scippare’ in dialetto calabrese voleva dire togliere. Insomma, voleva dirmi di fare le estrazioni che erano necessarie, senza badare alle cure”.
Quali difficoltà ha incontrato in questi anni?
“Inizialmente operative. Quando iniziai, lavoravo in uno sgabuzzino in cui era stata messa una poltrona da barbiere anni Cinquanta. Come assistente avevo un agente penitenziario e operavo col minimo indispensabile. Da circa venti anni, invece, abbiamo attrezzature molto più congrue e, oltre alle estrazioni, abbiamo anche iniziato a fare le cure. Oggi però c’è un altro tipo di difficoltà, quella linguistica. Negli anni Ottanta, i detenuti erano nove italiani e uno straniero. Ora è il contrario. L’importante è comunque approcciarsi in maniera giusta e adeguata. Poi il resto viene da sé”.
Differenze ce ne sono tra i pazienti che assiste nel suo studio e quelli in carcere?
“Teoricamente non dovrebbero esserci. Si cerca sempre di guardare non il detenuto, ma il paziente. Poi, ovviamente, succedeva che si veniva a conoscenza per vie traverse del reato commesso da questo o quel detenuto e si rimaneva un po’ lì. Ma non ci sono mai stati dei problemi. Anche perché nel carcere di Forlì ci sono prevalentemente persone in attesa di giudizio e quindi tutto è ancora da verificare”.
Quale insegnamento si porta dietro come bagaglio dopo questi anni?
“Sicuramente la sofferenza di queste persone, che alla fine ti segna. Che siano colpevoli o non lo siano, soffrono per la loro libertà, che è un qualcosa di importante. Ti rimane dentro tutto ciò”.
Un ricordo particolare?
“Avevo come paziente una detenuta accusata di omicidio, a cui, in un primo momento, era difficile approcciarsi. Poi piano piano si sciolse e mi regalò un disegno, che mi è rimasto impresso, raffigurante un branco di lupi. Mi fece capire tante cose. Ancora oggi è nello studio dentistico in carcere. Ho voluto lasciarlo lì perché credo non sia solo per me, ma per tutti quelli che passeranno”.
Quale messaggio lascia ai detenuti e a chi verrà dopo di lei?
“Ho lasciato un bigliettino con scritto ‘Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguire virtute e conoscenza’. Sta a significare che dentro di noi, qualcosa di buono lo abbiamo sempre. E io sono convinto che loro qualcosa di buono possono farlo”.










