di Fulvio Fulvi
Avvenire, 1 maggio 2024
Formare attraverso progetti comuni le figure che hanno il compito di custodire e rieducare le persone ristrette in carcere. Di fronte a quanto accaduto all’Istituto per minori “Beccaria” di Milano, dove 13 giovani agenti (quasi tutti di prima nomina) sono stati arrestati con l’accusa di aver maltrattato, abusato e persino torturato, una dozzina di reclusi tra i 16 e i 17 anni, l’unica soluzione possibile per evitare altri simili orrori, è riformare l’intero sistema dell’esecuzione penale minorile, puntando sulla preparazione coordinata del personale. Un’alleanza tra poliziotti penitenziari, educatori, operatori sociali.
“È necessario un piano di formazione straordinaria in grado di alzare il pessimo livello di qualità della vita all’interno delle carceri, e non solo quelle minorili, luoghi dove tutti stanno male, sia chi sconta una pena sia chi ci lavora” sostiene la pedagogista Maria Luisa Iavarone, presidente del corso di laurea in Coordinamento dei servizi educativi e Prevenzione del rischio dell’università di Napoli Parthenope.
“Rivedere i profili professionali e le competenze degli operatori, degli educatori e degli addetti alla sicurezza deve diventare una priorità della politica - aggiunge - anche perché attualmente la loro formazione non è sempre adeguata: basti pensare, per esempio, che centinaia di agenti vincitori di concorso hanno partecipato soltanto a corsi online di tre mesi prima di entrare in servizio e gran parte delle guardie assunte non ha mai fatto affiancamennè avuto una preparazione psicologica e umana utile ad affrontare rischi ed emergenze nuove, con ragazzi perlopiù immigrati, che non parlano italiano, sono isolati, hanno le famiglie lontane e il cervello devastato dai cocktail di droghe e quindi si incattiviscono, impazziscono e, una volta fuori, tornano a delinquere”.
Non è sufficiente aprire all’interno degli istituti laboratori di falegnameria, pizzerie o pasticcerie, iniziative alle quali non tutti possono partecipare (e dove spesso mancano): è necessario lavorare sull’educazione alla ragione, alla libertà e all’affettività. Una sfida. Un processo lungo, impegnativo e costoso.
“Non dobbiamo dimenticare però - obietta lavarone - che attualmente si spendono per i 17 Ipm presenti sul territorio nazionale, 40 milioni l’anno, risorse che potrebbero essere utilizzate in modo da garantire anche una più efficace formazione del personale”. Sulla necessità di investire per mettere al centro l’educazione negli istituti di pena, insiste anche il Cnca (Coordinamento nazionale comunità di accoglienza): “Una situazione come quella che emerge dall’inchiesta sul Beccaria conferma che, quando il carcere si limita al puro contenimento, la violenza prende il posto dell’educazione - afferma Liviana Marelli, referente minori e famiglie della federazione che riunisce associazioni del Terzo Settore - e si crea un contesto tossico, per tutti i soggetti coinvolti. Ma se vogliamo che i ragazzi rielaborino ciò che hanno fatto, si assumano la responsabilità delle azioni che hanno commesso, riducendo la possibilità di compiere reati in futuro, dobbiamo creare un ambiente che si prenda cura di loro in modo adeguato.
Per questo - conclude la rappresentante di Cnca - è essenziale che educatori e agenti operino nella stessa direzione, facciano formazione insieme e insieme possano usufruire di una supervisione sui diversi casi che trattano. Avendo sempre presente il fine ultimo: la rieducazione del reo”.
Il segretario generale della Fns Cisl, Massimo Vespia, mette l’accento invece sul sovraccarico del lavoro degli agenti di fronte all’emergenza sovraffollamento: “Si tratta di uomini e donne stremati da ritmi di lavoro durissimi, ai quali vengono talvolta negate le ferie e i riposi settimanali, obbligati al lavoro straordinario che ammonta ormai a circa 5 milioni di ore l’anno. Serve un piano di assunzioni straordinarie, mancano 7mila baschi azzurri”.










