sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Pino Corrias

Vanity Fair, 24 settembre 2025

Due riforme gioverebbero alla magistratura. Non la separazione delle carriere che servirà solo a metterla sotto controllo politico, ma per prima la più ovvia: soldi, uomini, computer, semplificazione dei codici, per dimezzare il tempo infinito dei processi. In realtà strada scomoda per chi i tribunali li teme. La seconda, utile quanto gli alfabeti giudiziari, riguarda la “formazione dei magistrati in materia di esecuzione delle pene”. La proposta risale al 2006, ma nasce addirittura vent’anni prima, da due galantuomini, Leonardo Sciascia ed Enzo Tortora, e prevede “un tirocinio in carcere” di quindici giorni (e quindici notti) obbligatori per ogni giovane magistrato prima di andare a sedersi sulle alte sedie dell’accusa e del giudizio nell’aula del processo, dove transiteranno i destini degli imputati e quelli delle vittime. E in quei quindici giorni sperimentare in prima persona il carcere: cosa significa respirarlo, sentirne i rumori, la puzza, la solitudine, la clausura delle sbarre e delle serrature.

Quando l’idea nacque, sembrava una provocazione. Enzo Tortora, protagonista di uno dei più fragorosi errori giudiziari della nostra storia recente, era stato accusato, da falsi pentiti di camorra, di spacciare cocaina. Era il 17 giugno del 1983. Senza riscontri, uno degli uomini più popolari d’Italia era stato arrestato all’alba, ore 4.15, prelevato dalla sua stanza all’hotel Plaza di Roma, esibito in manette davanti a telecamere e fotografi avvertiti per tempo, fucilato il giorno dopo da cento titoli di giornale, sepolto dai falsi resoconti delle indagini, trasformato in un mostro talmente clamoroso da sorreggere per intero le quinte teatrali di quella maxi inchiesta che con 856 arresti eseguiti in una notte mischiava il vero e il falso, buoni indizi per alcuni, pessime calunnie per tanti altri.

In pochissimi si schierarono dalla parte di Tortora sfidando l’opinione pubblica, denunciando l’inverosimiglianza delle accuse. Tra i pochi Leonardo Sciascia, che in un memorabile articolo sul Corriere della Sera, prese le difese del presentatore, spiegò quanto può essere violenta l’ingiustizia di un arresto arbitrario, preso per leggerezza o peggio per accendere i fari del clamore sull’inchiesta.

“Passare dei giorni in mezzo ai comuni detenuti”, scrisse Sciascia, “sarebbe indelebile esperienza” utile per “suscitare acuta riflessione e doloroso rovello” ogni volta “che si sta per firmare un mandato di cattura o per stilare una sentenza”. Tortora uscì dall’incubo tre anni dopo, assolto da tutte le accuse, ammalato, ma anche fermamente determinato a riprendersi la vita e l’onore con l’avventura parlamentare nelle file del Partito Radicale. L’idea di Sciascia fu ripresa. Divenne un progetto di legge. Finì nel tritacarne delle legislature e della dimenticanza. Torna a galla oggi, in Commissione Giustizia, ai bordi di una guerra all’indipendenza della magistratura che ci porterà in primavera al referendum di una falsa riforma, speriamo bilanciata dalla “Sciascia-tortora” che diventa vera.