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di Paolo Foschini

Corriere della Sera, 25 settembre 2024

La direttrice di Secondigliano, Giulia Russo, dice sul carcere una cosa fondamentale: è un posto complesso ma semplice. Nel senso che in quella complessità non c’è niente di imprevedibile. Mettete 60mila detenuti dove ce ne starebbero 50mila, lasciateli senza far niente, senza operatori, con le celle chiuse, e il risultato sarà una pentola a pressione con agenti chiamati a dover gestire l’insofferenza peggiore, cioè quella di chi non ha niente da perdere. A maggior ragione a fronte di una popolazione carceraria fatta in misura ogni anno crescente di giovanissimi, stranieri che non parlano italiano, senza reti familiari, con percentuali di problemi psichici impressionanti, magari con alle spalle una esperienza di carcere libico.

Dopodiché di quel che accade ogni giorno dentro le prigioni si viene a sapere da sempre solo una minima parte, perlopiù quando accade un fatto eclatante come la morte del diciottenne Youssef tra le fiamme del suo materasso. La risposta della politica? Un decreto come quello appena trasformato in legge dalla Camera, per cui anche una protesta fatta sbattendo un tegame sulle sbarre sarà un reato penale: altre condanne, altri detenuti.

Eppure, come dice la direttrice di Secondigliano e come molti direttori sanno bene, una cosa si potrebbe fare: meno sbarre, più lavoro. Pagato. Sapendo che fuori c’è chi dirà “potevano darlo a noi il lavoro”: e son voti, si sa. Ma un detenuto-lavoratore in più è un rapinatore in meno, anche questo si sa. Basterebbe volerlo.