di Agata Pagani
La Fedeltà, 15 ottobre 2026
Il reinserimento sociale comincia prima di uscire dal carcere. È da questa convinzione che nasce l’Accordo Quadro di Filiera per l’inclusione lavorativa e sociale delle persone detenute ed ex detenute, firmato mercoledì 14 ottobre negli spazi di La Gemma Venture, a Cuneo. Otto realtà del territorio hanno scelto di unire competenze e responsabilità per costruire percorsi che non si interrompano al momento della scarcerazione, mettendo in relazione lavoro, formazione, casa e autonomia finanziaria. Nel progetto è coinvolta anche la Casa circondariale di Fossano, uno degli istituti penitenziari in cui è arrivata l’esperienza di Panatè, impresa che coniuga la panificazione artigianale con l’inclusione lavorativa delle persone detenute.
Avviato nel 2019 nella Casa circondariale di Cuneo, il progetto si è progressivamente esteso anche a Fossano, Torino, Padova, Rovigo e Genova, affiancando ai laboratori interni quello esterno di Magliano Alpi, pensato per offrire continuità lavorativa anche dopo la detenzione.
L’accordo sottoscritto a Cuneo non dà quindi semplicemente avvio a una collaborazione, ma consolida un lavoro già portato avanti negli anni e definisce un impegno condiviso per accompagnare le persone nel passaggio tra il “dentro” e il “fuori”. “In questi anni abbiamo dimostrato che in carcere si può fare impresa, creare lavoro vero e costruire competenze”, spiega Davide Danni, fondatore di Panatè e promotore dell’iniziativa. “Ma - continua Danni - abbiamo capito anche un’altra cosa: non basta preparare una persona a uscire, se fuori non c’è nulla di pronto ad accoglierne il percorso. Il rischio è che tutto quello che abbiamo costruito durante la detenzione si fermi proprio davanti al cancello. Per questo abbiamo bisogno di imprese, istituzioni e organizzazioni che lavorino insieme, ciascuna assumendosi una parte di responsabilità. Perché una vera economia carceraria non può finire al cancello del carcere. Il futuro di una persona va costruito prima che torni libera.”
Un percorso che unisce lavoro, casa e formazione - La necessità di intervenire su più fronti è emersa anche dalle testimonianze di tre persone con un passato di detenzione, che hanno raccontato le difficoltà legate al ritorno nella società. Trovare un impiego è importante, ma non basta: servono una casa, qualcuno disposto a dare fiducia e un contesto capace di sostenere il percorso verso una nuova autonomia. È proprio questa la funzione della filiera: collegare le opportunità offerte durante la pena con le condizioni necessarie per affrontare la vita fuori dal carcere. Accanto a Panatè Società Benefit, che promuove e coordina il progetto, opera la Cooperativa sociale Glievitati, incaricata di garantire continuità ai laboratori e ai percorsi di inserimento lavorativo.
Confcommercio Cuneo, attraverso Ascomforma e Granda Lavoro, mette a disposizione orientamento, formazione professionale e collegamenti con le imprese dei settori commercio, turismo, trasporti e servizi. Homes4All contribuisce sul fronte abitativo, mentre PerMicro offre strumenti di educazione finanziaria e valuta possibili percorsi di accesso al microcredito. Completano la filiera le imprese Open Baladin e DEM MondoFood, che possono favorire opportunità occupazionali nel mercato esterno, e l’Amministrazione penitenziaria, attraverso la Casa circondariale di Cuneo, che assicura il raccordo istituzionale ed educativo dei percorsi. “Abbiamo agito al contrario rispetto a quello che di solito si fa: prima abbiamo fatto le cose, e oggi firmiamo un accordo, che è il risultato di un interesse e disponibilità che il nostro territorio ha dimostrato in questi anni”, ha dichiarato Domenico Minervini, direttore della Casa circondariale di Cuneo. “Il percorso per i detenuti fuori dal carcere è irto e pieno di ostacoli. Serve un contesto nazionale che possa agevolare la realizzazione di progetti come questo.”
Il lavoro come strumento di autonomia - La possibilità di lavorare durante la detenzione consente di acquisire competenze e sperimentare responsabilità concrete. Per Piero Parente, presidente della Cooperativa sociale Glievitati, “Il lavoro consente di diventare autonomi già all’interno del carcere. All’interno del carcere possono esistere delle risorse. E noi siamo la dimostrazione di una cooperativa che esiste grazie a queste risorse. In un’epoca in cui il problema per la ristorazione è trovare risorse, questo è importante”.
La formazione deve inoltre tenere conto delle esigenze reali delle aziende. Roberto Ricchiardi, presidente di Confcommercio Cuneo, ha spiegato: “La nostra agenzia di formazione serve a soddisfare le necessità del mercato. Spesso la richiesta non è soddisfatta dall’offerta. Noi cerchiamo di far sì che le persone che vivono un percorso di formazione possano farlo in un tracciato che soddisfa proprio la richiesta di mercato”.
Ines Noto, direttrice dell’agenzia formativa Ascomforma, ha ricordato che “All’interno del carcere si possono fare percorsi di formazione anche triennali, che poi danno diritto all’ottenimento di titoli da spendere nel mondo del lavoro. Abbiamo strutturato questi percorsi in modo che fossero compatibili anche con un impegno di lavoro. Abbiamo portato la normalità nel carcere.”
Anche le aziende della ristorazione vedono nell’iniziativa un’opportunità concreta. Salvatore Grizzanti, general manager di Open Baladin, ha sottolineato la volontà di contribuire all’inserimento lavorativo e di mantenere i collegamenti con la filiera Panatè: “Le birrerie della rete Open Baladin, oggi 5 e presto 7, sono in centro città. Sono il luogo di incontro tra casa e lavoro e in cui la società si incontra. Siamo contenti di far parte della filiera e avere la possibilità di portare il carcere nel centro della città, perché il carcere di solito è nelle periferie e resta anche alla periferia del dibattito pubblico.”
Grizzanti ha aggiunto: “L’opportunità di dare un lavoro ai detenuti per noi è anche opportunismo: anche noi facciamo fatica a trovare persone che vengano a lavorare, di persone che abbiano un senso di sacrificio. Ci impegniamo dunque ad avere almeno un ex detenuto in ognuno dei nostri locali e a continuare ad approvvigionarci dalla filiera Panaté. Auspichiamo una profondità dei percorsi di formazione che consideri che ogni locale è una microimpresa che deve essere gestita, quindi servono anche competenze manageriali.” Laura Zunino, direttrice generale di DEM MondoFood, ha confermato le difficoltà del settore nel reperire personale e l’impegno dell’azienda a valutare i profili provenienti dal progetto per un possibile inserimento.
Una casa e la possibilità di ripartire - Il reinserimento richiede anche condizioni abitative adeguate e strumenti per gestire le risorse economiche. Federico Disegni, direttore generale di Homes4All, ha spiegato: “Siamo una società benefit, non ci occupiamo solo di gestione immobiliare, ma di accompagnamento sociale. Perché è vero che senza casa il lavoro non basta, ma è anche vero che senza lavoro una casa non si mantiene. Quindi prevediamo percorsi di accompagnamento, anche di 18 mesi, per aiutare le persone a saper reggere queste situazioni, come un empowerment personale. Farlo all’interno di una filiera è fondamentale.”
Sul fronte finanziario, Giulia Boioli, responsabile della comunicazione di PerMicro, ha evidenziato come lo stigma possa ostacolare l’accesso al credito anche per chi sta cercando di ricostruire la propria vita: “Anche nel mondo del credito esistono diverse tipologie di stigma, non solo verso chi ha precedenti penali. Ci occupiamo quindi di inclusione finanziaria di persone escluse dai canali tradizionali del credito. Lavorando in sinergia con il sistema bancario, accompagniamo le persone oggi non bancabili a una bancabilità domani. Il microcredito è particolarmente adatto come strumento finanziario in progetti come questo, perché crea autonomia e non è assistenzialismo, è una responsabilizzazione all’uso di quel credito, che nasce da una fiducia tra noi e chi ce lo chiede. Una fiducia che si conquista con percorsi di consapevolezza.”
Dall’accordo agli impegni concreti - La filiera si propone di tradurre l’intesa in attività operative già dal primo anno, attraverso la misurazione dell’impatto sociale, la formazione sul campo e il coinvolgimento di nuove imprese disposte a offrire opportunità di lavoro. L’obiettivo è rendere il modello replicabile anche in altri territori. “Oggi non inauguriamo una collaborazione. Diamo una struttura e una prospettiva a un lavoro che portiamo avanti da anni, insieme a persone e organizzazioni che hanno scelto di assumersi una responsabilità concreta. La vera sfida, adesso, è fare in modo che questo modello funzioni, produca risultati misurabili e possa essere replicato in altri territori. Non voglio che Panaté resti un’eccezione. Vorrei che un giorno non ci fosse più bisogno di parlare di economia carceraria, perché il lavoro in carcere e la sua continuità fuori saranno diventati parte ordinaria del nostro sistema economico e sociale”, ha concluso Davide Danni.
Il fondatore di Panatè ha richiamato anche il valore della corresponsabilità: “Continuità è responsabilità. Ognuno oggi ha parlato per il proprio ruolo, ma abbiamo anche capito come possiamo essere insieme. Il tema della responsabilità è emerso in ogni ambito. Nessuno di noi si ritrova nella parola assistenzialismo, che è contraria al concetto di continuità, perché si fa con risorse spot. Noi ci stiamo impegnando a condividere un percorso. La continuità è quello che può dare garanzia di successo. E la continuità funziona se tutti noi garantiamo un pezzetto di questo percorso.”.
L’iniziativa è stata patrocinata dall’Associazione Articolo 27, impegnata nella promozione dei valori costituzionali legati alla funzione rieducativa della pena. Durante l’incontro sono intervenuti anche il professor Filippo Giordano, dell’Università LUMSA, il vicesindaco di Cuneo Luca Serale e Nino Mana, rappresentante del Vescovo di Cuneo, che ha illustrato esperienze di sensibilizzazione sui temi della giustizia riparativa. Il messaggio emerso dalla giornata è chiaro: costruire opportunità durante la detenzione è fondamentale, ma il percorso deve proseguire fuori. Per questo il coinvolgimento della Casa circondariale di Fossano, insieme agli altri istituti e alle realtà del territorio, si inserisce in un progetto che punta a trasformare il lavoro in uno strumento di autonomia, dignità e reinserimento duraturo.









